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Ignazio Fresu

 

Visual Artist

Ignazio Fresu artista, come lo diventa?

Sin dalla primissima infanzia ho sempre disegnato e colorato ritagliando e incollando. Allora come oggi, l’ho sempre considerato il gioco più bello.

 

Descrivi la tua arte in tre parole.

Ciò che ritengo prioritario per la mia arte è che emozioni, sia narrativa e interagisca.

 

Come si è sviluppata in te l’esigenza di riutilizzare i materiali?

Il riuso dei materiali è fondamentale nella mia poetica. Nei materiali che hanno vissuto e ricevuto l’usura del tempo ritrovo un’anima, un manna. Qualcosa tra l’estetica del wabi sabi giapponese ed il senso proustiano della memoria di origine bergsoniana. In essi percepisco una ricchezza che suggerisco anche attraverso l’utilizzo che faccio inserendo, nelle nuove installazioni, parti o elementi di altre precedenti installazioni.

 

Qual è la discriminante nella scelta di un oggetto tra tanti quando ti capita di vederlo per la prima volta?

È dà un’idea, dà un progetto che l’installazione prende forma attraverso gli oggetti che la compongono e non il contrario! Gli oggetti vengono sempre dopo e sono io a cercarli o a realizzarli affinché il processo si concretizzi.

 

In un mondo senza limitazioni, di quali oggetti ti piacerebbe servirti, come e dove li installeresti nonostante tu sappia di non poterli adoperare nella realtà?

Quando frequentavo il liceo, il mio professore di architettura mi disse che se non ci fossero dei vincoli saremmo incapaci di progettare qualsiasi cosa. Col tempo ho sempre più apprezzato e fatto mio questo messaggio. Le soluzioni tecniche che nascono della difficoltà, si trasformano dall’apparente impossibilità realizzativa, acquisendo forma e contenuto. Per questo trovo impossibile scindere la realizzazione tecnica di un’opera dal suo contenuto: l’uno si nutre dell’altro e le difficoltà mi ispirano l’opera stessa. Per quanto riguarda i luoghi dove installerei i miei lavori sono gli stessi che prediligo: sono gli spazi pubblici vissuti con grande affluenza di pubblico non necessariamente predisposto a confrontarsi con l’arte. Ritengo che un’opera sia valida solo quando riesce a suggerire idee, stimolare curiosità e interagire a più livelli con fruitori di diversa estrazione sia sociale sia culturale.

 

Con quale tipo di artista ti piacerebbe collaborare e perché?

Le opere che realizzo si sviluppano e modificano con me attraverso i lunghi tempi necessari alla loro concretizzazione e ci sarebbero evidenti  difficoltà a collaborare alla realizzazione di un’opera.

Tutt’altro discorso è la collaborazione con forme d’arte differenti. La poesia, la prosa, la fotografia, l’architettura, la musica, la danza, il teatro e il cinema, con cui ho lavorato in più occasioni. Tutte le collaborazioni, coinvolgendo e interagendo tra loro, permettono di arricchire le opere artistiche di forme e contenuti.

 

Nei tuoi lavori, con la loro monocromaticità, concedi o neghi l’identità agli oggetti?

In un mondo come il nostro, saturato di colori e immagini di ogni tipo, la sottrazione di colori fino alla loro desaturazione, eliminando il superfluo per ritrovare la forma depurata dalla sovrabbondanza cromatica, è il modo per cogliere l'essenziale senza alcuna distrazione cromatica, lasciando all'occhio la percezione delle forme.

 

Tra le tante forme d’arte di nuova generazione quale preferisci e perché?

Tutte le forme d’arte, comprese le più antiche, dai graffiti al teatro, si sono evolute trasformandosi e adattandosi alla nostra epoca. Tutte meritano attenzione e a tutte dedico uguale riconoscimento. Secondo me, la più grande rivoluzione dopo l’invenzione della stampa, è stata l’esponenziale riproducibilità dell’opera d’arte avvenuta nel secolo scorso dove la fotografia, il cinema ed il virtuale fanno la parte da leone. Considero internet ed il digitale in tutte le sue forme, una estrema evoluzione del pensiero di Walter Benjamin. La priorità che spesso viene assegnata a queste nuove forme d’arte ha in realtà radici molto lontane e comuni a tutte le altre. Mentre io, tra tutte preferisco la concretezza materiale dello spazio.  Mi viene da citare “L’uomo a una dimensione” di Marcuse, perché l’uomo con la sua presenza occupa materialmente lo spazio, lo abita, si confronta, interagisce con esso. Le installazioni ambientali narrano delle storie e il nostro è un pubblico umano e gli umani desiderano sentirsi in contatto attraverso storie personali capaci di rendere significati complessi più tangibili.

 

Quale credi sia il ruolo dell’artista contemporaneo?

Credo che oggi l’artista abbia perso quel ruolo  di sciamano, propagandista, esteta, alchimista, filosofo e poeta che di volta in volta, nel corso dei secoli gli sono stati affidati o attribuiti, per assumerne uno completamente nuovo a seguito del sistema economico finanziario vigente. Un ruolo capace di farci dubitare fortemente della sua reale validità etica e sociale. Allo stato delle cose sembra che questo sia quello di produrre, attraverso le speculazioni del mercato, “derivati finanziari” il cui valore artistico poco o nulla interessa.  Da parte mia, senza prefigurarmi alcun ruolo prestabilito, continuerò a fare il mio lavoro con l’impegno di sempre nonostante il mercato dell’arte sia visibilmente distorto e finanziariamente corrotto.

 

© Annarita Borrelli

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