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Lorenzo Canova

 

Storico d'arte

Il mondo dell’arte … amore o lavoro? Spiegaci …

Sono figlio di un artista e di una anglista grande appassionata di arte, la domenica mi portavano spesso a giocare nei parchi romani e in giro per musei. Villa Borghese, ad esempio, permetteva entrambe le cose, per me lavorare nel mondo dell’arte è una cosa naturale, ci sono nato e cresciuto, sono un uomo fortunato, faccio un lavoro che amo; tra l’altro, alla fine, ho unito le due anime della famiglia: l’arte e l’insegnamento.

 

Critico e curatore … posizione comoda o scomoda?

Io sono uno storico dell’arte, mi sono laureato all’Università di Roma “La Sapienza” con Maurizio Calvesi sull’arte del Rinascimento, sulle committenze di Paolo III Farnese, su cui ho poi compiuto i miei studi di dottorato e post-dottorato. Per interessi personali mi sono però sempre occupato di arte contemporanea e, forse non a caso, sono poi diventato un professore universitario proprio di storia dell’arte contemporanea: da dodici anni insegno all’Università del Molise. Io cerco di affrontare il mio lavoro sempre con lo sguardo filologico dello storico dell’arte, amo la critica d’arte perché mi dà la possibilità di dialogare con l’arte attraverso la scrittura e di entrare in contatto diretto con gli artisti e le opere attraverso le parole. Poi, lavorando, come faccio da anni, nel contesto delle mostre, anche internazionali, ho dovuto affinare gli strumenti del curatore, che sono ancora diversi, soprattutto nella composizione “fisica” della mostra e nelle sue questioni tecniche, dai problemi dei trasporti e delle assicurazioni, all’allestimento, alla realizzazione del catalogo, alla comunicazione. Sono campi che prevedono capacità e conoscenze specifiche che ho avuto la fortuna di apprendere e che sono fondamentali per la riuscita di un progetto espositivo.  

 

Qual è la forma d’arte di cui ti piace parlare di più?

Anche se generalmente sono considerato (con qualche ragione) uno studioso che si occupa prevalentemente di pittura, in realtà mi sono occupato, attraverso saggi e mostre, anche di videoarte, di body art, di arte oggettuale e di installazioni. Sono passato, per fare qualche esempio, dal Futurismo a de Chirico, da Burri all’arte povera e all’arte elettronica, da Bill Viola a Beato Angelico e a Rothko, da Fabrizio Clerici al cinema di fantascienza. Mi piace parlare di artisti bravi, di ogni generazione, anche giovanissimi, che abbiano qualcosa da dire e che meritino di essere studiati e approfonditi, senza condizionamenti legati al linguaggio e alla forma espressiva che usano. Occuparmi di pittura mi piace in modo particolare perché la conosco abbastanza bene, anche per esperienze familiari e personali, osservare un quadro e scendere nella sua composizione fisica, tattile e materiale per me è sempre un viaggio affascinante, ma certamente non lo ritengo il solo possibile.

 

Materia e pensiero, in arte è giusto parlare di entrambi gli aspetti … tu cosa “senti” di più e perché?

Per me rappresentano un corpo unico, come un essere umano. Io da sempre faccio studi iconologici, che si occupano, com’è noto, del significato delle opere d’arte, però amo studiare anche la materia dell’opera, che sia un olio su tela, una plastica combusta.

 

Raccontaci il bello e il brutto della collaborazione con artisti con cui hai lavorato …

Il bello è che si impara sempre qualcosa, lavorando con gli artisti contemporanei si può capire meglio anche l’arte del passato, come ci insegnò Maurizio Calvesi in una delle prime lezioni che seguii nel lontano 1987. Alcune mostre che ho allestito insieme ad artisti amici le ricordo come alcuni dei momenti più belli e anche divertenti della mia vita, con scambi di opinioni, litigate, risate, cene e condivisioni di momenti splendidi. Qualcuno, ma non moltissimi, è stato abbastanza ingrato e qualcuno ti fa impazzire con pretese assurde, ma spesso non sono i migliori, né i più importanti, comunque alla fine non è mai stato un grande problema.

 

Raccontaci il bello e il brutto della collaborazione con altri curatori con cui hai lavorato …

Mi piace collaborare con persone intelligenti e qualificate, devo dire che non ho mai avuto grandi dissidi con nessuno. So bene che ho una visione e una posizione piuttosto personali e poco conformi, ma preferisco sempre il dialogo costruttivo, anche se in qualche caso fortemente dialettico, agli scontri gratuiti.

 

Quali lavori ti hanno dato maggiori soddisfazioni e perché?

Ce ne sono molti ed è difficile fare un elenco. Molti saggi e libri, come quelli sugli affreschi di Castel Sant’Angelo o il volume Visione romana dove mi sono occupato di molte esperienze artistiche che a Roma nel Novecento hanno trovato il loro luogo di elezione e, spesso di irradiazione internazionale: da Pasolini al Futurismo, alla Scuola Romana, fino alla Pop Art, alla Metafisica, all’arte ambientale e ai rapporti con il cinema. Ma anche i miei studi su de Chirico di cui mi occupo da quindici anni, grazie ai quali ho anche l’onore di far parte del consiglio scientifico e del board della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Poi ricordo molte mostre, come quelle alle Scuderie del Quirinale Novecento arte e storia in Italia (2000-2001) dove ero assistente curatore di Calvesi e l’altra mostra Burri. Gli artisti e la materia (2005), di cui ero uno dei curatori, che ha anticipato il recentissimo grande e meritato rilancio internazionale di un gigante del Novecento, culminato nella mostra in corso al Guggenheim Museum a New York, in occasione della quale, il 1 dicembre scorso, abbiamo realizzato un importante convegno proprio su Burri presso la Fordham University, al Lincoln Center ancora a New York. Posso citare poi la mostra Pasolini e Roma al Museo di Roma in Trastevere del 2005, curata da Federica Pirani ed Enzo Siciliano, di cui ho curato la sezione arte. Mi piace ricordare anche le mostre della Collezione Farnesina realizzate col Ministero degli Esteri in mezzo mondo, dall’India al Cile, le mostre (realizzate sempre in collaborazione col Ministero degli Esteri) Futuro italiano a Bruxelles e On the Edge of Vision a Calcutta, la prima grande mostra che ha messo insieme in India giovani artisti italiani con artisti indiani di grande successo internazionale; la Quadriennale di Roma del 2008, altre grandi mostre come l’antologica di Gino Marotta e la mostra sulla Neometafisica di Giorgio de Chirico alla Ex GIL Campobasso (2013-14; 2014-15). Ho ricordi magnifici anche di mostre in luoghi diversi, come Vasto, Campobasso o Benevento, spesso in luoghi come questi si incontrano energie e persone splendide. Sono felice di concludere con le mostre all’ARATRO, il centro di arte contemporanea a cui tengo moltissimo, che ho fondato nel 2007 all’Università del Molise a Campobasso e che dirigo grazie al fondamentale aiuto di Piernicola Maria Di Iorio, che da mio allievo è diventato un bravissimo curatore. Sono però grato a tutti gli artisti e i galleristi e i musei con cui ho collaborato, ogni testo e ogni mostra hanno rappresentato un’occasione per una riflessione critica che mi ha arricchito in un percorso personalmente magnifico attraverso l’arte e la scrittura.

 

“Definizione di arte contemporanea” … ci sono diverse scuole di pensiero, qual è la tua?

Per me l’arte contemporanea è uno spazio di confine talmente intrecciato che deve sfuggire alle definizioni ma rappresentare (nel bene e nel male) la complessità del mondo che viviamo nel nostro essere in bilico tra memoria e futuro.

 

Qual è a tuo avviso il ruolo dell’artista contemporaneo?

Essere un costruttore e un interprete abile, colto e consapevole di questa complessità, contribuendo in modo innovativo, anche dialogando col passato, alla qualità e alla densità della nostra visione e della nostra comprensione delle cose.

 

Cosa raccomanderesti sull’arte alle nuove generazioni?

Le raccomandazioni sono inutili e noiose, spero solo che gli artisti mi sappiano sorprendere e mi sappiano donare quel senso di felicità e di arricchimento che provo quando ammiro un’opera d’arte degna di questo nome.

 

© Annarita Borrelli

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