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Fabrizio Pozzoli

 

Scultore

Raccontaci, se esiste, l’episodio che ti ha portato all’arte …

Il primo contatto con l'Arte che sia in grado di ricordare ebbe su di me un impatto violento e permanente. Un pomeriggio, credo fossi al secondo anno di scuola materna, ero insieme agli altri bambini nel grande atrio antistante l'uscita della scuola, in attesa che i genitori ci riportassero a casa. Accanto alla grande porta in legno che conduceva al mondo fuori, notai per la prima volta un quadro (si trattava ovviamente di una stampa) che ritraeva una donna con un vestito verde, seduta su una panchina, con accanto una pila di libri ed un cappello dall’ampia falda. Ricordo sensazioni di primitiva folgorazione di fronte a quel dipinto, che crescendo avrei scoperto essere di Corcos, e ricordo che da allora lo sguardo etereo di quella donna calamitò la mia attenzione ogniqualvolta mi ritrovai a capitarle davanti. La mia prima infatuazione artistica.

L'opera che in seguito mi spinse, all’età di sette anni, ad approcciare il disegno fu invece Celestina di Picasso. La vidi sfogliando uno dei libri d'arte scovato nella libreria di mio nonno. Ricordo il turbamento che provai davanti a quel viso emaciato e a quel guardare tetro e ricordo che fui folgorato dall'incomprensibile magnetismo che quel timore mi scatenava dentro. In quel periodo disegnavo in continuazione e copiavo qualsiasi immagine mi trovassi davanti; ero una spugna. Quella donna divenne immediatamente il mio soggetto preferito. Anni dopo, capii come quell’immagine mi avesse fatto entrare in contatto, per la prima volta, con la mia innata propensione non per ciò che è bello, ma per la bellezza di ciò che smuove emozioni.

 

Due scultori, uno del passato e uno del presente che hanno profondamente condizionato la tua arte … e perché?

Il mio è un fare che origina dall’istinto e dall’improvvisazione. Non ho basi accademiche né competenze che mi derivino da maestri o scuole d’arte. L’uso del filo di ferro è stato naturalmente partorito da queste lacune tecniche. In tal senso, trovo difficile individuare uno scultore da erigere a riferimento.

Inoltre, per tre quarti della mia esistenza ho vissuto con una matita stretta in mano, chino su un foglio di carta a disegnare. Sono cresciuto immerso nelle tavole di maestri del fumetto come Moebius, Enki Bilal, Andrea Pazienza nelle illustrazioni di Rockwell e di Mattotti, nei lavori di Schiele e Basquiat. Allora, la scultura era quanto di più difficilmente ipotizzabile per il mio futuro. Poi, semplicemente, è successo.

Tra gli scultori del presente (ormai il termine scultura coinvolge qualsiasi forma d’arte che presupponga le tre dimensioni) mi ritrovo letteralmente travolto e stravolto ogni volta che mi imbatto nello straordinario lavoro di Louise Bourgeois, così intimo e penetrante e più recentemente da quello crudo e spigoloso di Berlinde de Bruyckere. Due donne, in effetti. Fantastico!

 

Hai una predilezione per la materia; usi spesso materiali diversi tra loro … raccontaci il fascino di queste tendenze …

Inizialmente c’era soltanto il filo di ferro; quello grezzo, usato nei cantieri o nelle vigne. Oltre che per la duttilità e alla versatilità praticamente illimitata, ne rimasi folgorato perché era un materiale non nobile, riadattato per un fine nobile. L’idea di provare a rendere la sensazione del calore corporeo e delle emozioni tramite la materia fredda costituiva una sfida al cui fascino non riuscii a sottrarmi.

Il fulcro del lavoro era sostanzialmente la figura. L’obiettivo primo era l’armonia delle forme, dei volumi e, dal punto di vista più squisitamente concettuale, la rappresentazione della solitudine dell’individuo all’interno di una società che lo illude di essere parte integrante di un gruppo. Le forme e il filo di ferro costituivano, pertanto, il fine ultimo del mio lavoro. Col passare del tempo, il lavoro stesso andò evolvendosi e questi due elementi si trasformarono con esso, divenendo non più il fine, ma il mezzo per esprimere una poetica. Prima il filo di ferro era una specie di alfabeto dotato di poche lettere, mentre le figure costituivano un vocabolario scarno, elementare. Poi, l’alfabeto iniziò ad accogliere nuovi grafemi  e il vocabolario ad arricchirsi di termini nuovi.

I materiali diversi (sempre in coesistenza con il filo di ferro) hanno fatto sì che le figure non si limitassero a vivere semplicemente il contesto, ma hanno portato il contesto stesso dentro il lavoro, contaminandolo e arricchendolo di interazioni e sfumature.

 

In un mondo senza limiti quali materie ti piacerebbe plasmare e cosa realizzeresti?

Il tempo, per riuscire a dilatare la durata delle sensazioni che si scatenano quando si origina un’idea. Le emozioni, per provare ad arrivare ad assaggiare il sublime.

 

Cosa vuoi esprimere attraverso il gioco di equilibri che caratterizza le tue opere?

Penso che l’equilibrio sia una rappresentazione dell’attimo. Sono, entrambe, due situazioni altamente precarie. Allo stesso modo, lo sono le sensazioni e le emozioni che da esse originano.

La creatività stessa è fatta di illuminazioni che durano il tempo di un istante. L’artista impara solo col tempo a raggiungere e mantenere quegli attimi in equilibrio, mentre è sporto sul baratro della realtà.

 

Questi equilibri sembrano avvenire in spazi interni e poi esterni … raccontaci sinteticamente la tua visione …

Gli attimi e gli equilibri, di cui si parlava poco fa, si originano dentro l’artista, che a quel punto prova a tradurli con i linguaggi che conosce, per poi sprigionarli. È un percorso apparentemente semplice, al limite del meccanico, che in realtà presuppone un lungo lavoro di elaborazione interiore.

 

In alcune tue opere è preponderante il concetto di legame … parlacene …

L’esistenza di ogni essere umano è un ineluttabile fitto intreccio di legami, con altri esseri umani, ma anche, e più semplicemente, con le cose che lo circondano. Viviamo di interazioni e queste interazioni implicano inevitabilmente dipendenze.

Ogni volta in cui si origina un rapporto tra due entità (siano queste della stessa natura o  di natura differente) si origina una sorta di cordone ombelicale che le unisce e le lega. Il cordone determina e alimenta l’interazione. Ogni legame porta con sé, come conseguenza inevitabile, il concetto di vincolo. L’interazione, pertanto, ospita al suo interno il binomio sostegno-vincolo.

Iniziamo la nostra esistenza grazie ad un cordone ombelicale e, dal momento in cui ci viene sottratto, passiamo l’intera esistenza a crearne di altri. Siamo un gomitolo di cordoni ombelicali.

 

Hai realizzato diverse collaborazioni con fotografi … cosa lega la scultura alla fotografia? Quali erano le tue aspettative e cosa ti ha stupito di queste esperienze?

Credo che la fotografia, la scultura, ma direi le arti in genere, cerchino di cogliere attimi e attraverso la rappresentazione di quegli attimi provino a raccontare qualcosa. A volte, penso che fare arte, e comunicare con essa, presupponga una forte componente di presunzione, nel dare per scontato che qualcuno abbia voglia e tempo di stare ad ascoltare.

Penso che l’impulso che mi ha spinto a ricercare un’interazione ( un cordone ombelicale…) con la fotografia abbia una natura fortemente pirandelliana. Come artista (ma forse ancor più come persona) ho questa necessità maniacale di vedermi, di cogliermi da fuori. Un tentativo di sorprendermi, per arrivare a capire come io sia per gli altri. Abbiamo una visione deformata di noi (o forse sono gli altri a deformarla, in base alla loro visione soggettiva…?), derivante dalla convivenza costretta con noi stessi. In tal senso, cerco da sempre un occhio esterno, che mi consenta di vedere il mio lavoro (e me stesso, di conseguenza) da un punto di vista traslato. Semplicemente, diverso dal mio.

E proprio come accade quando ci troviamo di fronte ad una nostra fotografia, quando guardo le sculture immortalate dall’occhio di un fotografo, stento a riconoscerle (a riconoscermi). Ma è terribilmente utile, perché mi illudo per qualche istante di riuscire ad assaggiare la percezione che gli altri hanno di me.

 

Oggi ci sono diverse concezioni di arte contemporanea; come ti collochi all’interno dell’intero panorama del mondo dell’arte?

Credo dipenda tutto da cosa intendiamo per arte o, meglio ancora, da come vogliamo affrontare il concetto arte.

Ragionando in maniera molto semplicistica, se riduciamo l’arte alla sua essenza più pura, penso non sia altro che uno dei codici che l’essere umano si è inventato per comunicare. Con quest’ottica, è chiaro come ogni periodo storico porti con sé un’arte che cerca di interpretarlo. Ovvero, ogni arte è espressione dell’epoca a cui appartiene. Questo vale sia per i contenuti, sia per i media impiegati per esprimerli.

Ovviamente, siamo di fronte ad una banalizzazione estrema del concetto, anche perché non si può non tenere conto che arte e business non hanno mai viaggiato così tanto in sintonia come in questo periodo storico.

Credo però che la visione semplicistica proposta sia utile per comprendere come questa, che è un’epoca di grandi cambiamenti, in cui l’individuo è sempre più disorientato, in cui valori e priorità sono in pieno stravolgimento, non può che portare con sé una moltitudine caotica di forme d’espressione artistica.

Premesso questo, come detto in precedenza, il mio modo di approcciare la creatività è nato ed è cresciuto mosso da impulso naturale. Ho sempre trovato difficoltà ad esprimermi con la lingua parlata. Non perché non avessi nulla da dire, intendiamoci. Credo si tratti di una forma eccessiva di pudore, conseguenza principe di un carattere riservato ed introverso. Nel contempo, ho sempre sentito l’esigenza di comunicare. Comunicare forse non è il termine più corretto, perché presuppone la suddetta presunzione che qualcuno sia pronto ad ascoltare. La mia è sempre stata essenzialmente una necessità di lasciare esplodere le sensazioni, generando emozioni e poi pensieri. Un moto univoco, che gravita intorno al mio io, che ha come fine ultimo il consentire a me stesso di analizzarmi costantemente, dare forma a questa introspezione e poi rigurgitarla, in maniera quasi terapeutica. Non a caso, quando parlo del tempo che trascorro nel mio studio, lo definisco una forma di terapia auto-psicanalitica. Mi interessa individuare i miei contorni, delinearli sempre meglio, indagare sempre più a fondo, diagnosticare i miei limiti e lavorarci attorno, non per sanarli, ma semplicemente per capirli, tradurli e a quel punto confrontarmi con essi. È un lavoro doloroso, ma indispensabile.

In tal senso, non riesco ad individuare una mia collocazione precisa all’interno del mondo dell’arte.

Allacciandomi alla domanda successiva, Qual è il ruolo dell’artista contemporaneo, mi pare di capire che il credo comune inquadri l’artista come lente di ingrandimento dell’epoca a cui appartiene(se così fosse, oggi dovrebbe essere una lente multifocale…).

Come detto, però, l’arte contemporanea (e l’artista di conseguenza) è strettamente legata al concetto di business, per cui troppo spesso è volta ad interpretare l’andamento del mercato, piuttosto che quello della società.

Quindi, forse oggi è l’arte, con le sue regole e i suoi cliché, che crea l’artista e non l’artista che crea l’arte. No? Mah …

 

© Annarita Borrelli

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