• White Facebook Icon
  • White LinkedIn Icon
  • White Instagram Icon
  • White Google+ Icon

Mario Casanova

 

Curatore

fFoto di Fiorenza Bassetti

 

Mario Casanova ed il mondo dell’arte… puoi definire il tuo ruolo?

Il mio ruolo nell’ambito delle arti è fondamentalmente quello di curatore, cioè un organizzatore di mostre d’arte, che usa un linguaggio il più possibile vicino alle realtà contemporanee e cercando di prendere in considerazione il dentro e il fuori delle cose, presentate – in rapporto tra loro – in uno spazio fisico e mentale, e proponendone molteplici punti di vista e spunti di lettura non forzatamente legati allo stilema artistico. Il linguaggio artistico è quando un artista sa dipingere, piuttosto che girare un video o performare; insomma trasformare tecnicamente un pensiero, un soggetto in oggetto o prodotto: usare un mezzo espressivo per rappresentare una idea. Credo che quello del curatore sia un lavoro parallelo, ma convergente, con quello dell’artista, del creatore d’arte. Convergente, poiché l’ideatore di esposizioni d’arte, nel suo significato originale e originario del termine, in qualche modo riveste anche un ruolo creativo, nella misura in cui – pur rispettando l’opera d’arte e i suoi autori – inserisce opera e autore nello spazio, cercando di fondere più voci.

 

È sempre difficile spiegare un’opera d’arte e la sua collocazione…

Il curatore crea narrazioni e accostamenti parallelismi e convergenze più o meno pertinenti, partendo da un tema su cui sta lavorando, e operando in qualche modo una scelta specifica degli autori selezionati all’uopo. Ci potrebbe essere il rischio che il curatore prevarichi sull’opera dell’artista con forzature curatoriali, che lo allontanano dall’opera stessa e dall’identità del suo autore. Installare e presentare il lavoro di un autore comportano molto tempo di riflessione, proprio per non snaturare o ‘vendere’ al pubblico un’opera per ciò che non è. Sembra che il curatore sia una figura importante per l’artista contemporaneo, per quanto io sia convinto che non tutti gli artisti ne abbiano davvero bisogno. Io amo gli artisti forti; quelli deboli, lo sono. È comunque raro, per quanto riguarda lo specifico della mia nicchia professionale, che io faccia e operi scelte iniziali di tipo storiografico, intellettuale o addirittura intellettualistico. L’istinto e la piccola intelligenza sono per me fondamentali e in questo io credo. L’istinto è raramente ‘culturale’, per cui non parte da pregiudizi e da preconcetti di alcun tipo e natura.

 

Corriamo lungo il corso di un territorio immaginario: l’opera che vorresti possedere; un artista che vorresti curare; un artista su cui vorresti scrivere; l’artista che vorresti essere. Raccontaci.

Amando l’arte nella sua interezza, in ogni periodo storico – e non solo l’arte pura, ma anche la sua applicazione – mi è molto difficile dare una risposta che sia l’unica vera; non ci sono risposte vere in arte, poiché il decorrere del tempo comporta riformulazioni di giudizio, riposizionamenti, riscoperte e riconsiderazioni su artisti perfino di molti secoli fa… come dire che la Storia e la sua Conservazione mnemonica non vanno mai trascurate o rimosse, quanto piuttosto considerate con attenzione e lette come un grande scenario da teatro, una infinita ed estenuante metafora della vana esistenza umana e dell’esistenzialismo come mero tentativo di sopravvivenza dello spirito sul corpo. La vita prevale sulla morte. Le conferme oppure le smentite si cristallizzano, modificando la loro configurazione proprio nel continuo transito alchemico tra un periodo o un situazionismo e l’altro. Quindi vorrei possedere tutte le opere che, come una fata morgana, mi danno l’illusione del piacevole e sensuale infinito. L’artista ideale? Colui o colei che si fa curare, ma che pure cura allo stesso tempo il curatore attraverso la prorompenza e il vigore del lavoro. Anche il rapporto con un autore si definisce a più livelli, non solo per quanto concerne gli aspetti professionali. Mi piace avere sempre a che fare con un artista forte…

 

Oggi si tende alla realizzazione di opere di cosiddetta provocazione sminuendo, probabilmente, sempre più pensiero e tecnica; raccontaci il tuo punto di vista…

La domanda che poni è, secondo me, un po’ sibillina. Io credo che non si debba confondere provocazione con timida pretesa di scioccare. La provocazione da un certo punto di vista continuerà sempre a piacermi, così come la qualità di un’opera d’arte tiene nel tempo quanto l’universalità della sua esecuzione. Tra i provocatori mi vengono in mente Mapplethorpe, Klossowksi o suo fratello Balthus, Bellmer, Artaud, la Bourgeois, Carol Rama o anche solo una Merini in ambito di poesia, e tantissimi altri, citando quei pochi che riaffiorano ora. Secondo me, il tentativo di scioccare non è per nulla legato alle tematiche affrontate da un artista, ma alla banalità del suo pensiero che lo induce verso la fuga da una solitudine o un vuoto individuale, ch’egli sente di dover oggettivare od ostentare davanti a un pubblico in platea per farlo suo. E certo mercato dell’arte è una valida Theaterbühne per costoro. Del resto quanti galleristi riescono a parlare di arte in maniera sindacalmente accettabile? Non è forse anche questa una forma scioccante e provocatoria anziché provocante? Ecco, forse è proprio questo; cioè essere provocanti e non provocatori… Io ricordo di aver esposto a metà anni 1990 opere dal forte contenuto di autori come Tillmans o van Lamsweerde, laddove la provocazione era una sorta di intelligente riflessione senza inibizioni sulla società delle identità. Poi, aggiungerei anche che ci sono artisti creativi e artisti intelligenti, anche se ciò non sempre accade contemporaneamente, quando accade. Quindi è anche responsabilità del mezzi di stampa, come una rivista d’arte o un giornale, che fanno da amplificatore a tutti i livelli.

 

Il tuo rapporto con gli artisti… gioie e dolori, parlacene.

Il rapporto con gli artisti è talvolta molto intimo. Può rivelarsi il bisogno di scavare dentro l’altro/a, poiché esiste – è percepibile – una sorta di affinità elettiva e, perché no, di empatia. Talvolta il rapporto con gli artisti è molto più lineare, senza troppi piacevoli scombussolamenti, anche se necessari per me. Personalmente non riesco ad apprezzare fino in fondo il lavoro di un artista, senza analizzarne i condizionamenti anche di tipo personale: ed è importante per me capire un’opera, proprio perché la devi installare, ma soprattutto presentare in rapporto allo spazio e in simbiosi con lo spazio. Se poi aggiungiamo il compito che ha un curatore di svelare i contenuti di un lavoro artistico a un pubblico, allora si capisce quanto i veri dolori siano in realtà un’analisi superficiale e approssimativa dell’opera di un artista e del valore dell’autore come persona. Aggiungerei, che quasi sempre gli artisti ritengono il loro lavoro come una realtà dimensionale ‘a parte’, un ‘fare’ slegato dal loro ‘essere’. Posso, tuttavia, confermare che in tutta la mia vita ho conosciuto pochissimi autori che riuscissero a scindere in maniera molto elegante ciò che sono da ciò che fanno.

 

Cosa deve possedere un artista per attrarre la tua attenzione?

Come avevo anticipato poc’anzi, secondo me un artista deve essere intelligente e creativo – in rapporto, naturalmente, al mio grado di intelligenza e creatività – e l’intelligenza sta nel dare alla creatività quell’alimento che rende l’opera davvero speciale ed extra-ordinaria. Un artista è tanto grande quanto la sua capacità di realizzare l’inspiegabile, o quantomeno di avvicinarsi a questa sorta di perfezionamento del misterioso esercizio esistenziale. Saper oltrepassare la linea di demarcazione delle convenzioni sociali, dello stereotipo, dare ossigeno al ‘non detto e non espresso’, a tutta quella parte di noi che reprime, ecco, questi sono i miei artisti preferiti; coloro che a loro volta scavano dentro il curatore. La bravura tecnica – io che sono un vecchio borghese – è per me fondamentale. L’arte vera è quello spessore di fusione esistenziale che tu aggiungi dalla tua eccellenza tecnica.

 

Quale credi sia il ruolo dell’artista contemporaneo?

Attorno al 1968, un curatore (all’epoca non si diceva ‘curatore’) come Szeemann aveva ribaltato completamente la situazione, alimentandosi di quelle notevoli energie innovative e di cambiamento coagulatesi durante il 1900. Ridare all’artista il proprio statuto di persona sociale, politica, civile e genericamente ‘impegnata’ nel societale è stata una delle sue opere più importanti, creando ufficialmente un nuovo modo di vedere il mondo attraverso la lente della pratica artistica, di concepire il rapporto artista-spazio ma anche artista-curatore. Passare quindi da una esperienza meramente visuale a quella più esperienziale e contestuale quale anticipata dalla consapevolezza duchampiana. Già all’inizio degli anni 2000, tuttavia, egli sentiva l’esigenza di riformulare tutto ciò ch’era stato finora fatto. Il mercato è entrato prepotentemente nella scena artistica, al punto da spingere un artista come Anish Kapoor a pagare per il diritto d’uso di un materiale specifico, precludendo ad altri autori la possibilità di impiegare tale mezzo di produzione. Queste sembrano più strategie di mercato di tipo finanziario che bravura artistica. E nello stesso momento davanti alla telecamere di tutto il mondo, questi signori fanno del ‘buonismo’ da multinazionale parlando di flussi migratori… È chiaro, che il ruolo dell’artista non è più quello di fare semplicemente arte, ma – a questo punto – nemmeno di dare un segnale culturale, politico, sociale forte alla società che verrà. Siamo, in gran parte, di fronte a fenomeni televisivi, che sono fondamentalmente il prodotto di un mercato, e che servono a produrre altre fette di mercato. Null’altro. Non ho la pretesa di sapere quale sia il ruolo che un artista oggi debba assumere, ma sicuramente la capacità dell’uomo di sapersi ribellare o ribaltare – come fecero tanti bravi prima di noi – determinate situazioni e situazionismi drogati rientra nella scaletta dei diritti e dei doveri di un artista. E non solo di un artista.

 

Operi in Svizzera, raccontaci i tratti di questo luogo inteso come centro di arte contemporanea …

Io opero a Bellinzona, dov’è nato il primo Centro d’Arte Contemporanea del Ticino nel 1994; che tuttora dirigo e cha ha da subito avuto rapporti per noi fondamentali con la Svizzera di cultura tedesca e francese e con l’Italia, paese per noi vitale. Da qui, in quegli anni, e anche successivamente, sono transitati molti artisti giovani ritenuti oggi importanti autori, così come artisti già conclamati dalla Storia recente. A Bellinzona, oggi, tira un’aria fresca di cambiamento, dove il dialogo tra istituzioni è molto facilitato da interessi comuni e non da diatribe interne. Si guarda con interesse comune a questa regione denominata ‘sopraceneri’, proprio in virtù della sua posizione geografica a nord del Monte Ceneri e che comprende anche la zona del Lago Maggiore.

Lugano, per contro, ha assunto più il ruolo di blockbuster che di area sperimentale.

 

“MACT & CACT” ed i suoi obiettivi…

Il MACT/CACT, proprio perché si colloca al di fuori da una determinata dimensione pubblica a carattere politico-sociale (al di fuori delle mafiette della piccola politica locale, per intenderci), rimane un luogo che si concentra esclusivamente nella realizzazione di mostre. È un luogo storico, che ha saputo anticipare artisti e correnti non solo per quanto riguarda il territorio ticinese. Sento che il MACT/CACT è nella sua terza fase e mira a capire lo sviluppo di una società in cambiamento e in profonda crisi di identità; oltre alla quella legata al denaro. Il compito che mi sono prefisso in questo momento, è quello di cercare di uscire in maniera spesso estrema dai canali ufficiali del mercato, qui inteso come grande magma del linguaggio artistico, economico e – ahimè – finanziario. La ricerca che sto portando avanti, e di cui – me lo auguro – vedremo i risultati tra qualche mese se non tra qualche anno, va a scoprire artisti e autori operanti assolutamente al di fuori di un sistema dell’arte e dell’istituzione che lo sostiene. È divenuto insopportabile il potere esercitato dal mercato e perfino dalle fondazioni svizzere per la cultura che mirano più al rapporto investimento/potere che alla cultura vera e propria. Anche a queste multinazionali o supermercati dell’arte bisogna saper dire di no, e molti lo stanno facendo, privilegiando un sano ritorno alla ricerca pura.

 

Arte contemporanea in Italia: come credi si stia procedendo?

Non è sicuramente compito mio dare un giudizio su di una situazione che non riguarda il mio proprio paese. Dovrei viverci e lavorarci per fornire un parere attendibile. Posso solo dire che dall’Italia, tuttavia, io stesso sto attingendo molta energia, e trovo spesso degli autori straordinari, che incontro durante delle studio visit e le cui vengono regolarmente esposte all’interno di nostre mostre tematiche. Sono comunque anni, dalla sua nascita, che il MACT/CACT si rivolge all’Italia, non solo come paese vicino e di cultura italiana, bensì anche perché l’Italia rappresenta sempre un importante bacino storico e artistico. Peccato che non sempre i politici (e questa osservazione vale evidentemente anche in rapporto ad altri paesi) se ne accorgano…

 

Ipotizzando l’idea di un mondo senza limiti, avanzando con la fantasia… che tipo di evento artistico porteresti all’attenzione del mondo?

Caduti i muri, vanificate le certezze, le ideologie e le avanguardie, questa società depoliticizzata sarebbe già di per sé un mondo senza limiti (nel bene come nel male), una sorta di piattaforma, ove tutto è possibile e dove ogni possibilismo è piacevole. No, io torno verso una idea per me sempre valida: la visione. Sicuramente il mondo, sempre coinvolto nella sua estenuante energia apparentemente ‘rivoluzionaria’, ha perso quella sana e pacata impostazione culturale che spinge l’essere umano verso la curiosità; e la visione, appunto. Realizzare una mostra deve avere un senso, e il senso nasce anche dalla contrapposizione ad altre realtà ed esperienze museali, che sempre più si assottigliano e si assomigliano paurosamente. Fare un lavoro di resistenza è sicuramente importante e necessario. Uscire dagli aspetti universalisti ed enciclopedici, democratici potrebbe forse ridare un senso alla visione come motore per nuove piattaforme del sapere.

 

 

© Annarita Borrelli

 

L'Esodo + Cornici poetiche

1/1
Please reload

L'Esodo + Cornici poetiche

1/1
Please reload