Appuntamento con Nataly Maier – Una festa di colore


Sabato 21 ottobre 2017

dalle ore 17.30

presso il 56 di Via Vico Necchi, 22060 Figino Serenza, CO



Appuntamento con Nataly Maier – Una festa di colore

Testo di Giulia Belluco


Una festa di colore, e non potrebbe chiamarsi diversamente. Perché nell'opera di Nataly Maier, il colore e la riflessione su di esso sono il filo rosso che lega ogni sua creazione. Ogni giorno siamo immersi in palette cromatiche di cui sembriamo non accorgerci: assorbiti, ci mimetizziamo nei colori delle nostre città, dei nostri paesaggi, colori che, in una sorta di cecità selettiva, non percepiamo. Eppure il colore è la prima e pura esperienza, il succo, ciò che resta nella nostra memoria delle cose del mondo. Il colore è sempre in grado di suscitare emozione, un ricordo che, seppur latente, permane, sempre pronto a essere nuovamente rievocato: non possiamo pensare a un limone senza pensare allo stesso tempo al giallo, ricorda Nataly Maier, parafrasando il filosofo George Berkeley. E quella memoria di giallo, di quel giallo limone, appunto, si inchioda ostinata nella nostra mente, in quel punto profondo e misterioso del nostro cervello che è l'amigdala, per sempre inscindibile dalla nostra idea di limone. Il colore è per noi questo: spremuta delle cose.


La ricerca di Nataly Maier, tedesca di nascita ma milanese d'adozione, si sviluppa attraverso svariati linguaggi, partendo dall’iniziale strumento della sua ricerca, la fotografia, attraverso i sempre più frequenti sconfinamenti nella pittura, fino all’approdo totale di oggi.

Nel lavoro dell’artista si passa con naturalezza dalla costruzione di rapporti tridimensionali tra immagine fotografica, volumi, spazio e oggetto, ad un linguaggio puramente pittorico, come se il colore, dapprima vincolato nel perimetro, certo sinuoso e morbido, ma pur sempre perimetro, del volume delle sue sculture, sentisse una sua necessità intriseca: liberarsi da ogni sovrastruttura.

Nei suoi ultimi lavori su tela Nataly Maier modula la sua materia-colore per tasselli saturi, eppure tenui e discreti, attualizzando la tempera all’uovo, tecnica complessa che conserva le tracce del processo pittorico.


La selezione delle opere presentate è basata sui due momenti fondamentali del suo fare artistico, le fotosculture e la pittura pura, nella tecnica tradizionale e preziosa della tempera all’uovo.

Nella fase iniziale, ascrivibile alla fine degli anni Ottanta, lo strumento alla base della sua ricerca è stato la fotografia, con l'obiettivo, raggiunto attraverso l'applicazione di stampe fotografiche a supporti tridimensionali, di superare la bidimensionalità del linguaggio fotografico per portarlo nella terza dimensione.

Nelle sue fotosculture, inedita fusione di fotografia e scultura, appunto, Nataly Maier dà corpo e struttura all'immagine: torna, grazie all’uso della fotografia come materiale scultoreo, alla carne delle cose, ne incide la pelle, l’apparenza esterna, ciò che viene catturato dalla fotografia, per renderlo sostanza e incarnandolo, con un suo peso, una sua materia, e ovviamente, un suo colore. Nel farlo, Maier sperimenta la materia, utilizzando una straordinaria varietà di materiali, diversi per densità e proprietà: terracotta e gesso, caldi e istintuali, ma anche ferro.

Persino l’acqua, in un omaggio, come nota Vittorio Rubiu, a Pascali. Parliamo delle Ninfee che qui al 56 tornano in una nuova veste: oggi, infatti, la stessa operazione attuata precedentemente attraverso la fotografia, viene proposta da Nataly Maier attraverso la pittura, che viene a sua volta integrata in un processo tridimensionale. È la pittura, e non più la fotografia, a galleggiare sullo specchio d'acqua delle Ninfee, un'acqua colorata che diventa il supporto pittorico del colore stesso; il sentire, è quello di Monet.

Con i Dittici, al 56 rappresentati con quello dedicato alle nuvole, Cielo, Maier si muove verso la pittura e contro il mondo della precisione fotografia, sfruttando il suo vecchio strumento d'elezione come mezzo per arrivare al colore, e alla pittura. Il colore, ricordiamo, è per Maier l'essenziale, prima e ultima proiezione dell'oggetto, quello che abbiamo chiamato la sua “spremuta”.

Il Dittico simboleggia la comunione dei due emisferi cerebrali: il sinistro, quello della visione analitica, rappresentato dalla fotografia, e quello destro, della visione emozionale, della memoria del colore. La stampa fotografica in bianco e nero rappresenta così l'input, l'informazione neutrale catturata dai nostri occhi; il colore pieno, monocromo, dipinto in acrilico, è invece la parte emozionale, quella racchiusa nella nostra amigdala: quella pura e prima esperienza del colore.

Successivamente, Nataly Maier vira con ancor più decisione verso la pittura: riscopre, nei musei italiani e europei, una nuova gamma di colori, quella degli antichi maestri e si sgancia dalla palette offerta dal mondo naturale. E trova la sua tecnica d'elezione: quella antica, nobile, della tempera all'uovo. Siamo nel momento delle Sconfinitudini, che si evolveranno poi nelle Confinitudini, dove un bordo bianco diventa il confine, appunto, del colore. Più che rappresentare un limite, la cornice bianca contribuisce a dare respiro alla pasta cromatica. A far da ponte fra i Dittici e questa pittura libera, le Parafrasi, opere concepite attraverso acquerelli preparatori in cui Maier, osservando i grandi capolavori dell'arte, li “spreme” alla loro pura essenza percettiva, “riducendoli” a palette cromatiche.


Questo breve racconto della produzione artistica di Nataly Maier sa di avere il difetto di non essere esaustivo, ma vuole essere uno strumento di lettura dell’opera di Maier, tanto forte da non cedere mai a facili lusinghe, a mode passeggere e frivole, o ai giochi d’intrattenimento estemporanei nei quali troppo spesso scade l’arte contemporanea. Nataly Maier sa procedere fuori dal tempo, continuamente proiettata al futuro, con la sua arte sì “astratta”, ma pienamente consapevole delle tradizionali tecniche della buona pittura. Sempre in continua evoluzione, sempre coerente con sé stessa.


Nataly Maier


Nata nel 1957 a Monaco di Baviera,


1977 Studia al Leibniz-Kolleg a Tübinga

1978-80 Scuola di Fotografia a Monaco di Baviera; borsa di studio alla Villa Romana di Firenze e al Ballinglen Foundation, Irlanda


Dal 1981 vive e lavora a Milano e Monaco di Baviera



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