Intervistare l'arte - Angelo Cricchi


Come ti definisci: un fotografo, un fotografo di moda o un artista?

Grandissimo problema definirsi. Ho iniziato nei primi anni 90, lavorando soprattutto per le riviste di moda a Milano e girando il mondo in lungo e largo. Nel 1997 ho fondato, insieme ad un’amica fotografa, Susanna Ferrante, la casa di produzione Lost&Found per avere un maggiore controllo sulle nostre immagini e per seguire tutta la filiera dalla ideazione creativa alla tipografia. Il duo Cricchi+Ferrante è stato uno dei primi in assoluto della fotografia di moda e destava curiosità e sospetti. Oggi è una cosa assolutamente normale trovare coppie di fotografi che lavorano insieme. Parallelamente al mio lavoro con Susanna ho sempre portato avanti la mia ricerca autoriale, in particolare con “THE RIVER” che mi ha visto per dieci anni percorrere i grandi fiumi del mondo munito di una vecchia linhof 4x5 a documentare i volti sulle rive del rio delle Amazzoni, del Mekong, del Nilo, del Mississippi, dell Orinoco e del Gange. Nel 2009 inizio la serie “Gloomy Sunday, ritratti immaginari di donne che hanno scelto la morte”, che, presentata dal magazine DROME ,va in mostra al MAK-Museo di arti applicate di Vienna e con la quale inizia ufficialmente la mia carriera di fine art photographer ( o di artista, se vuoi). In linea generale credo che le categorie commerciali in fotografia lascino il tempo che trovano. Esiste un gusto, un punto di vista, uno sguardo sulle cose. Ed il mio è sicuramente idealizzante ed estetizzante, e quindi in una certa maniera FASHION. Ma, tornano alla tua domanda iniziale. Io sono un fotografo. Che poi significa “uno che scrive con la luce” che mi sembra una definizione meravigliosa.


Qual è la fotografia o il fotografo che ti ha fatto “innamorare”?

Quando ho iniziato i miei studi, presso ”l’Istituto superiore di fotografia-ISFCI” di Roma (dove ora sono il direttore del fashion dept) ero totalmente influenzato dalle immagini di Irving Penn e di Robert Frank e dei contemporanei Bruce Weber ed Herb Ritts. Con il tempo ho ridotto il mio interesse di fruitore della fotografia allargando la mia ricerca alle arti visive. Se dovessi dirti le mia influenze vere spazierei dai fiamminghi (Cranach e Durer su tutti) al teatro della Socìetas Raffaello Sanzio ai video di Shirin Neshat a molto cinema e molta letteratura.


La comunicazione non verbale è certamente un aspetto centrale del tuo lavoro. Come relazioni il linguaggio del corpo con altri elementi come colore, luce, taglio, espressione, movimento, scenografia, azione, costume ect. ?

La mia provenienza non è artistica ma letteraria. Io racconto delle storie e sono molto interessato a confondere nelle mie fotografie suggestioni e segni. Le mie immagini hanno sempre rimandi: talvolta evidenti, talvolta nascosti. E’ un lavoro certosino di accumulazione di dati. Di solito ho un tema in testa. A questo associo un volto di cui mi sono innamorato mesi prima. Una location che avevo archiviato in un viaggio. Una suggestione presa da un film o da un libro. Quando gli elementi si fondono, io ho una specie di pre-visione dell’immagine. È il momento essenziale. La produzione ed il successivo scatto fotografico vengono poi abbastanza semplicemente, grazie agli anni di esperienza. E’ importante però che in contrasto con una preparazione così certosina, lo scatto vero e proprio avvenga in maniera fluida e naturale, lasciando la porta aperta al caso ed alle eventuali intromissioni fortuite che poi sono la parte magica della fotografia.


Il corpo di una donna soggetto di un tuo lavoro, ha principalmente un valore estetico o poetico?

Prima di diventare fotografo sono stato un buon atleta professionista. Facevo parte della nazionale italiana di atletica leggera e credo di essere ancora nella top 100 all time di un paio di discipline della velocità. Sono quindi cresciuto con un concetto del corpo molto libero e funzionale. Non privato e non osceno. Uso il corpo nudo dall’inizio dei miei lavori ed è un corpo che vive nello spazio in maniera conscia e non nascosta. La fragilità, la mancanza di strutture, il vigore la sensualità sono evidenti in un corpo nudo. Io trovo le mie foto assolutamente non erotiche. Un tempo le definivo il mio obitorio personale. Però molti non la pensano in questa maniera.


In alcuni tuoi lavori tendi a proporre una rappresentazione di una realtà, qual è il processo con cui raggiungi il risultato?

Ci sono i fotografi che pretendono di riportare il reale, e quelli che preferiscono raccontarne una propria versione. Io sono interessato a dare la mia interpretazione delle cose (e soprattutto degli esseri umani). Prendere un soggetto, illuminarlo con una certa luce in un certo luogo ed aspettare che, per qualche straordinaria ragione, arrivi un momento in cui il caos diventa ordine e per un istante ci sia un equilibrio nel (mio) mondo. È una sensazione che mi genera una grande serenità. Ed è la ragione per cui fotografo. I processi che seguono, (sviluppi postproduzione stampa commercializzazione etcetc) mi interessano meno.


Tralasciando i processi tipici della fotografia analogica e digitale, qual è la tua soluzione finale e perché?

Io credo nello sguardo. Nel modo in cui un fotografo guarda le cose. E su questo la diatriba digitale /analogico incide poco. I procedimenti della tecnica, del resto, sono evoluzioni che necessitano di tempo per essere assorbiti e generalmente vengono osteggiati da professionisti rimasti legati ai processi precedenti. Non è né un bene né un male. È la vita e non ci si può fare niente. Mi fa certamente sorridere leggere di alcuni giovani fotografi che si definiscono “analogici” come se questa fosse una peculiarità artistica e non una scelta tecnica come tante altre. Io personalmente decido, a seconda del progetto, con quale tecnica fotografica e con quale formato andrà trattato. Solitamente scatto in pellicola di medio o grande formato, ma il lavoro che sto portando avanti attualmente, “painted ladies”, ha un senso proprio in digitale.


Cosa pensi della facilità di scatto che ti concede oggi la tecnologia, non credi che questo tenda ad erodere il concetto di contemplazione prima dello scatto?

Mi rendo conto che le modalità del mezzo scelto per fotografare influenzano comunque il lavoro. Quando fotografo in digitale, pur limitando al minimo il numero di scatti (odio l’editing e sono velocissimo a capire se la foto “c’è “o meno) non ho la capacità di concentrazione e di “seduzione”, che ho quando scatto con il banco ottico e le lastre. Vi è inoltre una differenza di attenzione da parte dei soggetti ritratti che avanti ad un mezzo complesso ed ingombrante, diventano più formali e concentrati. Qui però entriamo nel discorso della ritualità del gesto fotografico, nella sua sacralità. Questa forse, come in molte attività artigianali, è ciò che veramente si è un po’perduta.


Negli ultimi anni agisce una nuova generazione di cosiddetti fotografi. Considerando l’uso di uno stesso mezzo digitale a disposizione, cosa ritieni possa fare la differenza in un fotografo?

Seguire un punto di vista, senza essere troppo influenzati dalle mode passeggere e dai trends. Avere un’idea personale alla lunga premia. Poi ovviamente bisogna avere la capacità di metterla in pratica in una maniera non dico originale, ma quanto meno riconoscibile, il cosiddetto stile; come ti dicevo, insegno da circa venti anni in una scuola di fotografia. Ho tenuto a battesimo almeno un migliaio di aspiranti fotografi di tutte le razze, provenienze, età e gusti sessuali. Ho visto crescere una generazione di fotografi ed ho il polso di come cambia il mestiere. Attualmente cerco di curare nel dettaglio la formazione di un punto di vista e di un gusto personale, di una relazione specifica con il soggetto fotografato, di una scelta culturale che assecondi le proprie esperienze personali e la propria provenienza geografica e sociale. Sono, del resto, i concetti che ho seguito io professionalmente.Credo fortemente nella possibilità di una fotografia contemporanea italiana e cerco, curando mostre come 35 (trentacinque fotografi sotto i 35 anni) alla Pelanda/Macro di Roma a settembre scorso, o con il mio lavoro di direttore creativo per il magazine Mia le journal, di dare spazio alla fotografia che mi piace senza compromessi, amicizie, nepotismi.


Come nasce l’esigenza di esplorare nuovi territori artistici? In particolare, essendo legato alla fotografia, cosa ti spinge al video?

Vengo da un background letterario e sono portato a raccontare storie in immagini. Il passaggio è stato semplice. Il video non ha la forza iconica e la anarchia progettuale della fotografia. In compenso realizzare immagini in movimento ti dà altre opportunità. Il montaggio ed il sonoro sono meravigliosi e per un periodo ho pensato di concentrare le mie risorse sull’immagine in movimento. Il mio video “entropia” diretto insieme a Simona Lianza e realizzato con la collaborazione produttiva di John Malkovich tramite la galleria Rossmut è sicuramente uno dei lavori recenti che ho amato di più. Ho un paio di script ed una sceneggiatura nel cassetto. Ma per realizzare progetti così ambiziosi c’è bisogno di un tale sforzo produttivo e di mezzi economici che attualmente sono difficilmente reperibili.


Quali sono a tuo avviso i più bei lavori di fotografia nel cinema?

Intanto ti indicherei video artisti che già dovrebbero essere entrati nella storia dell arte, come la già citata Shirin Neshat, Bill Viola, Flora Sigismondi, Chris Cunningham ed anche il duo italiano MASBEDO. Poi certo ci sono le pietre miliari, ma da dove cominciare? Dirò banalità comuni a tutti gli amanti del cinema. Tutto Kubrick, tutto Antonioni, la lucida etnofollia del Coppola di Apocalipse now. Blade Runner (e Philip K.Dick) capostipite estetico di tutto l’immaginario postatomico industial ancora in auge. L’oriente di Won Kar Way, di Kurosawa e di Zang Yimou. L’america europeizzata di Wenders e di Sergio Leone. Il pop di Tarantino ed il noir di Lynch. Le immagini oniriche di Bunuel e di Jodorowsky. Tutto il neorealismo, la “nouvelle vague” e tutto Pasolini (direi in generale tutto il lavoro alla fotografia di Tonino delli Colli). La sessualità algida di Hitchcock e quella soft della commedia all’italiana. Il lavoro recente di Michel Gondry, l’Aronofsky di “Requiem for a dream”, ed i ragazzini outsider di Gus Van Sant e Larry Clark. E sopra a tutto ed a tutti il lavoro fotograficamente commovente di Andrey Tarkovskiy .


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