Sipari - Luigi Biancoli


Negli ultimi anni il teatro è stato visto come mezzo di sensibilizzazione verso le diverse tematiche sociali. Creando una metafora della realtà in cui viviamo, è possibile sviluppare benessere e imparare a prendersi cura di sé e degli altri con la leggerezza del gioco e la profondità della poesia, per poi affrontare la realtà con una maggiore consapevolezza. L'arte teatrale diviene così ponte tra sé e il mondo.

Luigi Biancoli, classe 1986, è un giovane di Bari disabile, che si scopre attore spinto dalla necessità di parlare al mondo del mondo. Nel 2003 comincia la sua avventura con la Compagnia Teatrale “Gruppo 83”, portando in scena “La Passione di Cristo secondo Iacopone” e da allora, non si è più fermato.


Quando e come nasce la tua passione per il teatro?

Nasce circa 16 anni fa. Inizialmente la definivo una semplice passione poi col tempo e con l'esperienza che ho acquisito, è diventato un vero e proprio lavoro, con tutti i suoi pregi e difetti. E' nata come nascono tutte le cose che devono accadere, in modo spontaneo. Ad un certo punto ho capito che dovevo farlo, che era la mia strada, il mio destino se vogliamo, anche se io al destino credo poco.


Quanto e in che modo la tua condizione ha influenzato la scelta della tua strada? Quali sono le difficoltà che hai incontrato nel lavoro o nelle relazioni con gli altri?

Molte meno difficoltà di quante si possano pensare, paradossalmente sono stati gli altri ad avere difficoltà nel relazionarsi con me. Nei primi anni non sapevano cosa dire, come comportarsi con me e a me piaceva molto quando c'era un comportamento del tutto naturale nei miei confronti. Man mano questa condizione si è fatta più forte e ho preteso che mi si trattasse esattamente come tutti gli altri. Certo se avessi scelto di fare teatro danza o musical sarei stato piuttosto ridicolo. Non che nel mio mestiere non siano accaduti incidenti di percorso del tipo cadute varie e figure di merda generali (si può dire merda?). Mettiamola così: Il teatro mi ha salvato dalla solitudine con me stesso.


Parlami dell'opera che hai scritto e messo in scena in estate: L'Antivirus. Come è nata e qual è il messaggio che hai voluto diffondere?

L'antivirus nasce come stand up comedy. In seguito ho deciso di modificarlo per farne un vero e proprio spettacolo di narrazione. Nel monologo ci sono io, la mia vita artistica e privata ma soprattutto la disabilità conosciuta e quella “nascosta”, di cui non si parla mai per paura o per ipocrisia e che vede il punto di vista del disabile rispetto alla società, alla religione e alla sessualità. E' stata un’autentica esplosione. Credo che la cosa più importante sia che in quel testo ho preso coscienza di me, di cosa sono davvero, di cosa posso dare e di come posso trasmetterlo, senza filtri né censure. Ho fatto ad agosto scorso una piccola anteprima e a fine mese farò un ennesimo test prima della sua effettiva messa in scena.


Come hai vissuto e cosa hai appreso dall'incontro con il grande regista e drammaturgo Gabriele Vacis?

L'ho vissuto con grande emozione, l'emozione di chi ne sa più di te sotto più punti di vista. Ho avuto la fortuna di conoscerlo grazie ad un corso di perfezionamento sul teatro sociale chiamato "Training for trainers", promosso dalla Casa delle arti sociali e l'Università Europea di Roma. Ho vissuto dieci giorni in un bellissimo agriturismo a Mattinata (FG), dove ho appreso nuove competenze sul teatro sociale e sul ruolo e le responsabilità di un conduttore di teatro sociale. Nell'ultimo periodo, infatti, sono stato chiamato per condurre un gruppo di ragazzi con disagio psichico e mi sono sentito in dovere di saperne di più e di impararne di più, per poter poi imparare da loro e crescere. L'antivirus prima e questa esperienza poi mi hanno plasmato e indirizzato verso una direzione più sociale.


Hai lavorato con i ragazzi della fattoria "Angeli della vita". Concludendo, quali sono i progetti per il prossimo futuro?

Be’, proprio con i ragazzi di “Angeli della vita” concluderò entro dicembre il primo anno di conduzione di teatro sociale. Ma nel frattempo dovrò affrontare sia il nuovo test del mio antivirus sia il proseguimento del mio apprendimento come conduzione. Inoltre insieme al mio amico e collega Giuseppe Marzio sto realizzando un nuovo spettacolo in cui disabilità e omosessualità si fondono e si confondono. Titolo (quasi) provvisorio “Lo Stesso Veleno”. Ci auguriamo di portarlo in giro anche fuori dai confini pugliesi.


di Daniela Cannarozzo


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