Intervistare l'arte - Maurizio Galimberti


Sappiamo che non ami definirti fotografo in senso classico, come ti piace descrivere Maurizio Galimberti?

Un artista che mangia le polaroid.


Avrai ovviamente dei riferimenti nel mondo della fotografia come nel mondo dell’arte, mi piacerebbe sapere quali sono e se ce n’è in particolare qualcuno nel mondo della musica e del cinema ...

Tutto inizia con la passione per Van Gogh e Toulouse-Lautrec; poi, quando ho iniziato a manipolare le polaroid, si è sviluppato un interesse per i surrealisti ed i futuristi; in realtà sono particolarmente legato a Boccioni e Duchamp, ne risento fortemente le influenze, ma, al contempo, resto affascinato dalla leggerezza di Calder. E poi … i miei miti fotografici? Sicuramente Giacomelli e la sua poetica razionalista, Franco Fontana, che è anche un mio amico, perché le sue fotografie di paesaggi italiani mi affascinavano sin da piccolo. Aggiungo il concept della scuola di Bauhaus, Robert Frank per la sua visione del paesaggio, per il suo fotografare l’istante senza preconcetti. E poi adoro Man Ray e le avanguardie parigine; un nome per tutti Jan Courtò. Sulla musica … Glenn Gould, con le variazioni di Bach in 16 minuti, si emozionava, le interiorizzava e le dilatava, un pò come accade nei miei lavori, che appaiono come una tastiera che si suona dall’alto al basso e da sinistra a destra. Sul cinema … la bellissima fotografia di Antonioni, la grandezza di Wenders, soprattutto in “Lisbon Story”, sicuramente per passione il neorealismo italiano di Visconti e Rossellini, e poi un artista particolare come Kaurismäki capace di ispirare tanti … ed infine concordo con De Niro quando afferma che il più importante regista della storia del cinema è Sergio Leone. Ad ogni modo le punte dell’iceberg sono Robert Frank, Man Ray, Giacomelli ed Antonioni del quale adoro la scena finale di “Professione Report”.


Quanta importanza dai al pensiero e quanta all’azione?

Concedo maggiore importanza all’azione, all’istinto che è sempre guidato dal pensiero progettuale. Quando scatto non contemplo molto il soggetto; mi piace il modo di Cartier-Bresson di cogliere l’attimo.


Quale percorso ti ha portato alla polaroid?

Ero fotoamatore già a 16 anni e poi ho iniziato a fare concorsi fotografici. A 26 anni ho scoperto la polaroid; in realtà sono cresciuto in orfanotrofio e odiavo il buio per cui, non riuscendo a rapportarmi con la camera oscura, il passaggio alla polaroid è stato naturale. Con la polaroid ho subìto una lenta contaminazione dell’arte, e poi il resto è andato un pò come diceva Calvino: “la fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane”.


I tuoi lavori con le polaroid segnano una strada; in cosa si differenzia il ritratto dalle foto di città? E ancora, qual è il criterio con cui scegli i tuoi soggetti?

In realtà sono i soggetti dei miei ritratti a scegliere e con loro vado alla ricerca di un’espressione di interiorità attraverso il silenzio e con un ordine mentale rigoroso; mentre nei mosaici di città cerco la leggerezza e l’estetica unite alla musicalità; un nesso comune lo ritrovo nel ritmo. Voglio che le mie foto non sembrino soggetti tagliati con le forbici.


Qual è il trucco per trasformare la polaroid in un mezzo contemporaneo?

A partire da un talento assolutamente indispensabile, bisogna coltivarlo con dedizione e rigore. Il mio mezzo è la polaroid che, per me, è un “attrezzo” come lo definisce Giacomelli quando racconta che i nostri occhi vedono sempre di più dell’obiettivo


Considerando la tua passione per un certo tipo di fotografia, qual è il tuo rapporto con il digitale?

Fino a poco tempo fa non era per nulla buono. Poi ho iniziato ad apprezzare le possibilità tecniche offerte dal digitale con la Leica, la Nikon Impossibile e la Fuji Instax Share che offrono ottime soluzioni. Ad ogni modo il mio prodotto finito non sarà mai da stampa digitale, a mio avviso non ancora all’altezza di quella analogica.


Parlarci dei progetti artistici che ti hanno dato maggiori soddisfazioni.

Sicuramente il mio libro sui paesaggi d’Italia ed i lavori con le celebrità a cui devo la visibilità. Su tutti: la copertina di Times Magazine realizzata nel 2003 con Johnny Deep. Ho tratto grandi soddisfazioni lavorando con Robert De Niro ed i componenti della sua famiglia; li ho incontrati e ritratti nella loro casa di New York. Grande esperienza anche con Lady Gaga a Las Vegas. L’aspetto affascinante di tutto ciò è provare l’emozione di realizzare in pochissimo tempo e con freddezza il ritratto di una celebrity. Attualmente sto lavorando ad un progetto speciale con Red Bull legato al mondo dell’automobilismo.


Qual è a tuo avviso il ruolo dell’artista contemporaneo?

Essere testimone della propria epoca e raccontare il proprio stare nel mondo, con il proprio mezzo; io uso la polaroid. L’artista, però, come diceva Lucio Dalla, deve anche essere un giullare per allietare e aprire la mente.


@ Annarita Borrelli

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