Sipari - Il borghese gentiluomo al Teatro Quirino


Il borghese gentiluomo al Teatro Quirino dal 18 al 30 Aprile

Grazie alla regia di Armando Pugliese e all’interpretazione di Emilio Solfrizzi Il borghese gentiluomo scritto nel 1670 da Moliere acquista un sapore esilarante.

L’ambientazione non è la corte di Versilles ma l’abitazione del borghese Jourdain che si rivela uno spazio metaforico ed esperienziale; il luogo dell’anima, il luogo del brutto e dell‘ignoranza. Lo scopo del nuovo ricco è arrivare alla civiltà, appropriandosi della cultura nobiliare attraverso i benefici pecuniari. La voglia di raggiungere una conoscenza, non profonda piuttosto pre-enciclopedica e da galateo, si con-fonde all'ambizione di acquisire un titolo. Un desiderio maniacale di essere "nominato", pronunciato dalle bocche ingorde dell'alta società. Servito e riverito, adulato in tutta la propria persona. Assistiamo al rituale della vestizione, quasi un novello Luigi XIV senza arte nè parte, il nostro borghese è vittima di una completa assenza di gusto e di percezione della realtà. Inconsapevolmente ridicolo, ottusamente ingenuo, Jourdain si offre al banchetto della derisione quotidiana, venendo raggirato da ruffiani e scrocconi. Da un lato la lotta continua per l'affermazione di sè, da parte di un uomo fondamentalmente mediocre; dall'altra un basso bisogno di riempire la pancia ma anche di veder realizzate piccole aspirazioni. I maestri di musica e di danza vogliono mettere in opera il loro spettacolino e sono pronti a lucidare le scarpe al benefattore che metterà mano al proprio portafoglio. Il filosofo non vuole scendere a compromessi eppure dopo essersi improvvisato linguista improvvisa una lezione sulla fonetica elementare: rispolvera vocali e consonanti, spiega senza tanti complimenti il meccanismo dell'emissione dei suoni tramite il posizionamento della lingua, l'apertura e il restringimento della cavità orale. Jourdain riscopre la bellezza dell'imparare. Gioca con la bocca a plasmare forme e figure sonore, pronuncia teatralmente la "P" sputacchiando a destra e a manca. Si rivela bambino, imprigionato nel corpo di un adulto, capace di meravigliarsi delle minime cose ed i suoi tratti grotteschi così marcati acquistano una valenza positiva. Come se la beatitudine dell'ignoranza si nascondesse nella possibilità di un riscatto personale. La moglie, interpretata da Anita Bartolucci, si costruisce per contrasto: è razionale, vigile, parsimoniosa. La classica matrona romana che segna puntualmente le entrate e le uscite della casa ma non è mossa dall'interesse del denaro bensì dalla volontà d'instaurare un equilibrio familiare. Ben consapevole delle idiozie del marito, non si risparmia dal calunniarlo se può favorire la figlia Lucilla nel coronare il suo sogno d'amore. Così l'aspirante marito con l'appoggio dell'astuto servo dal carattere apertamente plautiano, dotato persino di una maschera alla pulcinella, architettano un inganno per permettere la riuscita del matrimonio: il fidanzatino si fingerà il ricchissimo figlio del Gran Turco giunto dall'Oriente e, fulminato dal fascino di Lucilla, pronto ad elargire al futuro suocero un titolo ambitissimo e regale. La cerimonia d'investitura, dopo un dialogo frizzante in una lingua araba d'invenzione con annesso interprete-ponderatore, si tinge di atmosfere e musiche da incantatore di serpenti. Uno sfarzo di tessuti fruscianti e coloratissimi, ritmi indiani ed insieme gitani in un calderone caleidoscopico. Le risate sono garantite come nello spettacolo organizzato per intrattenere la nobile vedova su cui Jourdain ha messo gli occhi. Una danza di accoppiamento, in cui un satiro e ninfe dei boschi cantano in un divertissement pieno di effetti comici.

Un cast fresco e dinamico in grado di tenere testa al fuoriclasse Solfrizzi, che basterebbe a riempire il palco con la sua mimica mordente ed una gestualità istintuale, energica, sempre finemente calibrata.

di Giorgia Basili

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