Musica - il dEli



Perché la musica …

Perché la musica? Posso dire che la musica ha scelto e non io, in realtà. Fin da bambino sono rimasto colpito da questa forma di comunicazione. Stavo ore ed ore davanti alla radio con mia sorella ad ascoltare qualsiasi cosa passasse. Negli anni ho sviluppato i miei gusti, talvolta estremizzandoli per poi, con la maturità (non quella scolastica, quella me la sono risparmiata) ho allargato gli orizzonti fino a dividerla in due soli “generi”: buona e cattiva.


Da cosa trae ispirazione il tuo sound?

Dalla musica buona. Dai Pearl Jam ai Casino Royale, passando per Beethoven e Bowie. E poi i Beatles...soprattutto. Anche perché i Beatles hanno toccato talmente tanti stili che forse avrei fatto prima a nominare solo loro. Ma anche dalla voglia di non essere imbottigliato dentro un canale. Come ho già detto in altre circostanze, il fatto di non avere vincoli contrattuali mi permette di fare esattamente tutto ciò che mi pare. Non so se ho veramente un “mio” sound...penso sia più il sound di tutto ciò che ascolto, filtrato dalla mia persona.


Parlaci del nesso concettuale che esiste tra i tuoi testi e la tua musica …

Per la maggior parte dei brani ho lavorato in modo semplice, all’inizio. Chitarra e voce. Avevo la necessità di scrivere canzoni che funzionassero anche senza i “fronzoli” che ci abbiamo (io e Alberto Brigandi - co-produttore) aggiunto dopo. Alcuni sono stati scritti in 20 minuti (“Stefania” per esempio), per altri ci sono voluti mesi (“Lo stupido che canta”). Alcuni testi sono stati riscritti anche 5 volte (“Le frasi rubate”). Insomma, ogni brano ha una genesi quasi a se stante. Credo che l’idea giusta arrivi come per magia, ma credo anche che ci si debba lavorare un po' su per far uscire una canzone che si possa definire tale. Spero di aver risposto bene a questa domanda :-)


Raccontaci la tua ultima “fatica” discografica …

Urca :-) Sicuramente è stata una “fatica”, appunto. Se due anni e mezzo di lavoro non lo sono, allora non so cosa voglia dire faticare :D

Torniamo ad essere seri. Dunque, “Lo stupido che canta” è sicuramente un album d’amore, nelle sue svariate forme, e io lo definirei anche POP. Ma per un semplice motivo: ho attraversato talmente tanti stili che almeno un brano che ti piaccia lo trovi di sicuro, quindi, “popolare”.

Parte e si chiude con una sorta di concept come si faceva negli anni '70 (“Viaggio sulla Terra” e “Viaggio dalla Terra”). La storia è quella di un alieno che approccia il nostro pianeta perchè affascinatone dalla bellezza, poi scappa però dopo avere avuto a che fare con l’essere umano. Anche musicalmente i brani si rifanno al prog/rock anni '70.


Stefania l’ho scritta e dedicata a mia sorella (vivissima nda) e musicalmente si avvicina molto al cantautorato di scuola romana.


Crash parla di un ritorno di fiamma molto pericoloso. Talmente pericoloso che, personalmente e musicalmente, mi sembra uno scontro tra gli Afterhours e i Kool and the Gang (dai quali ho scopiazzato inconsciamente l’intervallo del ritornello).


Lo stupido che canta (title-track) l’ho scritta per i miei due bambini (Noah e Naima). E’ una canzone d’amore scritta da un padre che vorrebbe poter dare tutto ma conosce i propri limiti. E’ una semi ballata in 6/8 con un assolo dissacrante e un bellissimo arrangiamento d’archi scritto da Alberto che mi commuove ad ogni ascolto.


London Sun l’ho scritta il primo anno qua a Londra, quindi il brano più vecchio, se vogliamo. Ho scelto di farne un reggae perchè Londra e’ stata la seconda patria di Bob Marley e quindi ci stava. Parla della necessità di cercare il positivo anche in mezzo al grigiore. Semplicemente.


Le frasi rubate e’ stata definita “neomelodica” e mi fa sorridere perché questa parola io la associo sempre a Checco Zalone (che adoro), mentre quando l’ho scritta (rubando la frase di un’amica - Cristina Cerri che recita l’intro) pensavo a David Bowie. Questo brano parla dell’assurdità(per certi versi) del copyright o diritto d’autore. Io sostengo che nessuno inventi nulla. Tutti, in modo consapevole o meno, attingiamo da qualche fonte e non ci vedo nulla di male in questo.


Billy Bob parla della storia uomo/donna in chiave gatto/passerotto (un po' Silvestro e Titti se vogliamo). Musicalmente ho voluto muovermi nel funk usando una batteria quasi a loop e un basso un po' virtuosello (che da bassista e’ una delle cose che più detesto) per poi strizzare l’occhio ai Police sul finale.


Una meta non ho e’ invece partita da un giro di accordi di Alberto che la immaginava molto rock. Una volta passata dal mio pc ho detto: “Hey, qua si fa del latin!” ahahah, e cosi ci ho messo sopra questo “diario di viaggio” immaginandomi sulla strada che da Saragozza va verso il sud della Spagna. Una cosa della quale mi faccio vanto (solo io ovviamente) è la tromba suonata attraverso un ampli per chitarra con canale distorto…


Blues d’amore nasce come blues minore normalissimo e senza pretese. Storia d’amore finita, lui che soffre, un biglietto d’addio e basta. Ma poi ero nella fase Depeche Mode e cosi ci siamo fatti prendere la mano. In realtà penso che l’intro di tastiera e il riff di chitarra finale (entrambe scritte ed eseguite da Alberto) siano geniali. Ma sono punti di vista.


Interludio. Alberto Brigandi è un organista eccezionale. Indi per cui mi sono sentito in dovere di dare un pochino di spazio al suo talento nonché al suo strumento che in ambito POP e’ praticamente sconosciuto.


Una Sera (la bonus track): canzoncina jazzatina semplice semplice per descrivere, ancora una volta, una storia d’amore un po' freak. In questo brano vengono tirati in ballo Max Gazze’ e Daniele Silvestri e non perché ci abbia collaborato (eh magari), ma per averla composta il 1° Ottobre 2014 al loro concerto (FabiSilvestriGazze’ European Tour). È stata quella che ha dato il la per la realizzazione di questo disco.


Da menzionare è sicuramente il fatto che non avrei mai potuto realizzare questo progetto (almeno non in questo modo) senza il fondamentale apporto di Alberto Brigandi (con l’accento sulla i) e di tutti i musicisti e collaboratori con i quali ho avuto il piacere di lavorare.

di Salvatore Cammilleri

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