"MADAME BOVARY", AL TEATRO LIBERO DI MILANO DAL 18 AL 23 NOVEMBRE


TEATRO LIBERO


18 novembre – 23 novembre 2017 | Compagnia ospite


MADAME BOVARY


scritto e diretto da Luciano Colavero

con Chiara Favero

scenografia Alberto Favretto e Marcello Colavero

suono Michele Gasparini

luci Elisa Bortolussi

costumi Stefania Cempini

produzione Strutture Primarie


vincitore STAZIONI DI EMERGENZA – ATTO VI


In una piccola striscia di spazio che può percorre solo andando avanti e indietro, Emma vive la sua fuga immaginaria


Non un semplice adattamento del romanzo di Gustave Flaubert ma una scrittura originale. “Ho osato una riscrittura radicale”, dice l'autore. “Ho imprigionato Emma nel momento del suicidio. L’ho lasciata da sola, a morire sulla scena per un’ora. Volevo farla parlare liberamente, perché volevo dissezionarla ed estrarne il cuore: il suo desiderio di essere altrove, di vivere un’altra vita, di essere qualcun altro.”

Perché Madame Bovary? “Quando ho cominciato a scriverlo”, continua Luciano Colavero, “questo testo non era Madame Bovary. Era solo un breve monologo nato dalla lettura di Consumo dunque sono di Zygmunt Bauman, un saggio molto interessante che individua nella nostra società una vera e propria fame di felicità che il consumismo tiene in vita all’infinito senza mai soddisfarla. Su questo tema avevo qualcosa da dire. Ho capito solo in un secondo momento che quel materiale poteva dialogare con il romanzo di Flaubert.”

La Bovary che vediamo in scena è un essere umano in gabbia, che non può mai raggiungere ciò che desidera. Chiara Favero è intrappolata in una pedana lunga quattro metri e larga 50 centimetri. Un palcoscenico troppo stretto per recitare, dal quale non scende mai per tutta la durata dello spettacolo. Messo in queste condizioni il corpo dell’attrice non può mai essere del tutto al sicuro, vuole istintivamente cambiare la sua condizione, vuole fuggire. Ma non può fuggire.

“Quando immagino madame Bovary”, conclude il regista, “vedo una donna che ha fame, vedo una donna drogata di desiderio. La sua droga non sono gli oggetti, la sua droga è l’immagine, la visione, il sogno di ciò che non possiede. Lei vede qualcosa che non ha, lo desidera e corre. Il desiderio l’avvelena, ma nello stesso tempo la rende viva. Lei vuole l’impossibile e questo la rende viva. Di fronte a lei, alle spalle del pubblico, c’è un obiettivo che non può raggiungere, e in mezzo un marito, degli amanti, una vita che si deve spostare, togliere di mezzo per farle raggiungere ciò che desidera: morire e, insieme, vivere a Parigi.”




Stralci di rassegna stampa

“Più che un monologo, si tratta del diario di un martirio claustrofobico. Colavero essicca Flaubert in una versione contemporanea e minimale di Bovary, riuscendo a condensare – e far ugualmente esplodere – il dramma su una panca/non luogo beckettiano che è simultaneamente vetrina, galera, rifugio, trampolino pronto per il salto decisivo e patibolo d’esecuzione. Di cui la stessa Bovary – una convincente Chiara Favero – è l’artefice. L’ultima cosa che sentiamo, prima del buio finale, è un microfono che amplifica il battito affannato del suo cuore”.

Francesca Saturnino – La Repubblica


“L'interprete sale sul palco che il regista ha sfrondato di ogni riferimento temporale, lasciando solo una passerella-pontile al centro della scena, sollevata dalla realtà su cui a fatica, nella vita, ha cercato di non poggiare i piedi. Una passerella che sarà percorsa dalla Favero avanti e indietro, come a perdere lo slancio verso quell’infinito che l’anima non riuscirà mai ad abbracciare, e dove alla fine si ritroverà a penzoloni, nel silenzio. Il desiderio infinito si trova così non nella realtà ma nell’immaginazione che armeggia con speranza, illusioni, amore, comprime il petto, ingabbia il respiro; e ha l’essenza dell’arsenico, veleno insapore che lentamente brucia anima e corpo. Il continuo ronzare di mosche tiene in sospeso il personaggio tra il morire e l’essere già morta, e in questa terra di mezzo Emma/Chiara rivive il dramma della libertà e il dramma del desiderio”.

Rita Borga – Krapp's Last Post


“Costretta per tutto il tempo a muoversi su uno stretto e lungo praticabile perpendicolare alla platea, un corridoio nel vuoto senza alcuna uscita, l’attrice costruisce con precisione le azioni fisiche che la portano a contorcersi sull'orlo della ribalta negli spasmi causati dal veleno, a volteggiare col suo pastrano nero nell’episodio del ballo, a lanciarsi in fughe impossibili. [...] E il dramma del desiderio rifiuta di chiudersi in rimpianto per tramutarsi in una estrema affermazione di libertà”. Fernando Marchiori – Venezia Musica e dintorni