Sipari - Delitto e castigo



Konstantin Bogomolov scardina Delitto e castigo di Dostoevskij


Lo scenario si apre in maniera movimentata e frizzante sulle note del gruppo Eurodance svedese Army of Lovers. Gli attori si muovono sul palcoscenico con disinvoltura avvalendosi di una scenografia minimale. Un salotto anni settanta, le vicende ruotano infatti tutte intorno al divano da sitcom americana (stile Friends), sullo sfondo dei televisori proiettano frasi incisive e slogan narrativi.

Il giovane studente Raskol'nikov si macchia di triplice omicidio, prima uccide la vecchia affittuaria soffocandola durante un rapporto orale forzato poi con una falce si abbatte contro la sorella dell’usuraia appena sopraggiunta che, incinta, arriva ad espellere istantaneamente il figlio dall’utero. Il bambolotto (nero) verrà prontamente e sadicamente annegato in un vaso di fiori. Confusi, sconvolti, disgustati? A queste sensazioni vuole indurci il regista Bogomolov. Quarantenne, promessa del teatro russo, già regista dei nuovi allestimenti di “I fratelli Karamazov” (2013) e “L’idiota” (2016) viene chiamato da Emilia Romagna Teatro Fondazione per firmare la messinscena di Delitto e castigo, inserito nella programmazione del Teatro Argentina dal 3 al 15 aprile per completare il Trittico Dostoevskij che omaggia lo scrittore russo con le rappresentazioni di “Ivan” (dal 12 al 22 aprile) e de “I malvagi” (dal 5 all’8 aprile) in scena al Teatro India.

Non c’è somatizzazione della colpa né pentimento. Lo studente è convinto che il suo gesto sia eticamente ineccepibile, ride della sua azione e non vuole prostrarsi a chiedere perdono. Cosa c’è di male ad aver eliminato dalla faccia della terra un essere abietto, una vecchia usuraia? Neanche l’ombra di una riflessione! Certo non c’è il senso di struggimento, la consapevolezza, l’introspezione meticolosa e dolorosa di Dostoevskij. Persino la provocazione si limita a toccare il tema sessuale. Lo scandalo del pubblico si concentra sull’esasperazione ridondante delle scene di fellatio, dei sottofondi da soft porno che intervallano le scene principali. Lo stupore non si ferma nel trovare come insoliti protagonisti della bianca Russia di Pietroburgo una famiglia di immigrati afroamericani, incappa nell’incedere underground di Raskol'nikov, nel suo esprimersi a gesti e cadenze rappate, nella sua grossolanità e virilità alla Homer Simpson. Ciò che inibisce è la superficialità della cultura mediale moderna entrata in contatto con le profondità psicologiche ottocentesche, con l’irreversibilità dell’omicidio, con la riflessione più acuta sulle entità inderogabili dell’etica e della giustizia.

Non esiste logorio interiore, il protagonista al contrario della versione originale non ha senso di colpa, non si assume responsabilità. Si può dire il delitto sia evidente persino rocambolesco ma manchi del tutto il castigo che si limita a figurarsi alla fine quando le manette vengono indossare - quasi un accessorio di scena - e poi comicamente sfilate dal poliziotto per permettere il congedo familiare.

Bisogna accostarsi a Dostoevskij con leggerezza, afferma Bogomolov.

Quella che vuole essere una presa in giro della società consumistica priva di spessore e di empatia rischia a volte di risultare una sua banalizzazione. Vengono toccati dei pilastri della comunicazione e del branding commerciale come la Nutella, sfoderato il black humour, messe in gioco battute sul colore della pelle, fatto sfoggio dello shopping della fascia bassa del potere d’acquisto. La mamma e Dunja tornano a casa ballando “La bomba” dei King Africa e portando in trionfo buste di carta di Oviesse. «Life is fantastic / The beauty and sorrow / Death is too drastic / I can’t say goodbye…» tra scherno e provocazioni si insinuano i profondi monologhi dostoevskijani. Commuovente e delicato il racconto di Dunja (Laterza) dell’assassinio della cavallina, lasciva ed affettata la voce di Renata Palminiello che interpreta il viscido Svidrigailov, struggente l’introspezione di Marmeladov interpretato da Enzo Vetrano l’ubriacone padre di famiglia che non riesce a rinunciare alla sua dipendenza e si crogiola nel dolore, cullandosi nel rassicurante tepore dell’alcol. Eppure l’uomo è lucidamente consapevole della sua nullità e di mancare ove la figlia eccede: nella forza di volontà. Sonja è infatti costretta a prostituirsi per portare il pane ai fratelli minori e alla madre malata di tisi. L’unico barlume di speranza che i peccatori intravedono consiste nel confortevole rifugio dell’assoluzione divina, nella fermezza della fede cattolica che riesce a smuovere Raskol'nikov ma non lo tocca nell’intimo delle convinzioni.


Delitto e castigo

di Fëdor Dostoevskij

adattamento e regia: Konstantin Bogomolov

traduzione: Emanuela Guercetti (Giulio Einaudi Editore)

con Leonardo Lidi (Raskol’nikov), Paolo Musio (Porfiriy Petrovich), Renata Palminiello (Svidrigailov), Diana Höbel (Alena Ivanovna, Sonya Marmeladova), Enzo Vetrano (Lizaveta, Marmeladov), Margherita Laterza (Dunya Raskolnikova), Anna Amadori (Pulheria Raskolnikova), Marco Cacciola (Nikolka)

scene e costumi: Larisa Lomakina

luci: Tommaso Checcucci

assistente alla drammaturgia: Yana Arkova


di Giorgia Basili

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