CAMERA 10 JO FENZ


CAMERA 10

JO FENZ

a cura di Emanuele Carlenzi


venerdì 30 novembre 2018 ore 19.00 - 22.00

ONE DAY EXHIBITION


Hotel Pomezia (camera n°10) | Via dei Chiavari 13, Roma Ingresso libero




Venerdì 30 novembre 2018 per un unico giorno presso l’Hotel Pomezia – a pochi passi da Campo de’ Fiori – inaugura CAMERA 10, mostra personale dell’artista Jo Fenz (Latina, 1989) nella quale viene presentata per la prima volta al pubblico parte della serie fotografica InnHerViolence.


Il progetto, a cura di Emanuele Carlenzi, si concentra su una precisa fase della produzione dell’artista e, ponendo al centro della narrazione frammenti di nudo, mette in evidenza un forte carattere femminile. Simili tra loro per taglio e scelte formali, queste rappresentazioni parlano tuttavia di storie molto diverse, intime e peculiari.

La serie, che si configura come un esteso lavoro in progress, è infatti un mezzo d’indagine che interroga non tanto lo stato della donna in senso generale, quanto l’identità dei singoli soggetti, ritratti attraverso un approccio psicologico e introspettivo. Il mezzo fotografico si pone in stretta vicinanza con i corpi fermati in immagine così come l’artista fa con le proprie modelle, creando un legame che diventa parte integrante e fondamentale del processo creativo.


Ogni fotografia è il risultato di un confronto diretto tra l’artista e le donne scelte, come se ogni scatto portasse con sé il segno di uno scambio esclusivo e non replicabile di un racconto segreto. All’interno di questo scambio emergono spesso ricordi, memorie, rivelazioni, conflitti legati alla propria intimità –dolori troppo spesso autoinflitti – che le due parti scelgono di condividere ed elaborare, come se le immagini rendessero pubblici dei diari scritti molto privati. Di qui la presenza di un oggetto investito di una carica affettiva che l’artista chiede di scegliere e che diventa il principale simbolo – un po’ perturbante – di quello scatto; testimone dunque di un’identità che si rivela, di un “io” mutevole, di parole che si fanno immagine.

Questo conduce le opere di CAMERA 10 a superare ogni cliché erotico che potrebbe celarsi dietro la rappresentazione della nudità femminile e svela al contrario una ricerca che coincide con “l’essere” più che con il “mostrarsi”. Nonostante la forte corporeità messa in scena, la serie lavora sulle condizioni immateriali legate al corpo, quelle che fanno della fotografia un campo semiotico che costruisce nuovi significati a partire da una stessa realtà visibile.


Il confronto diretto con la propria identità avviene qui, al numero 10 di una camera d’hotel, luogo canonicamente deputato ad accogliere il languido trascorrere del tempo e riconfigurato in questo caso in uno spazio da vivere in completa solitudine. Se consumare il desiderio richiede sempre la presenza dell’altro (pur tenendo di pari conto pericoli e gratificazioni) in quest’occasione le donne ritratte sembrano fare di se stesse l’altro da tenere in considerazione. L’investigazione della propria sessualità non ha necessità di essere legittimata da altre presenze se non quella dello spettatore. Ecco allora che il proprio corpo diventa il luogo in cui abitare, lo spazio da esplorare e in cui sentirsi ricollocati.



La mostra coinvolge lo spettatore in una sorta di performance nella quale si entra a prendere parte, invadendo di fatto la privacy sottintesa quando si accede in un ambiente non nostro, intimo e privato, come una camera da letto. Le opere diventano in questo senso uno strumento che sposta l’attenzione dallo spazio inteso come luogo allo spazio inteso come esperienza; allo stesso modo in cui la rappresentazione del corpo passa dall’indagine del sé all’apertura verso l’altro. Ecco che la distinzione tra pubblico e privato viene subito contraddetta e che una stanza chiusa si apre improvvisamente per accogliere una notte di rivolta intima.


«Destinata ad un uso più particolare e volgare, quella stanza […] mi servì per lungo tempo da rifugio, senza dubbio perché era la sola che mi fosse permesso chiudere a chiave, in tutte le occupazioni che invocano un’inviolabile solitudine: la lettura, la fantasticheria, le lagrime e la voluttà». (Marcel Proust, Il gabinetto odoroso d’iris, a Combray)



La mostra è stata realizzata in collaborazione con Hotel Pomezia.

Si ringrazia Casale del Giglio per la degustazione dei vini.



Jo Fenz, nata a Latina nel 1989, vive e lavora attualmente a Roma.

Dopo la laurea in Storia dell’Arte, si diplo