Luoghi - Palazzo Braschi Roma


Palazzo Braschi - Musei di Roma (Piazza Navona)


Come fasci nella memoria sepolti e sconosciuti. Avvenimenti di secoli fa ormai consegnati all’oblio rivivono nella nostra visita a questo museo. Così la festa degli artisti a Tor de Schiavi cui nel 1844 partecipò il pittore Ippolito Caffi vestito da turco, il Carosello del 28 febbraio 1656 nel cortile di Palazzo Barberini, in onore di Cristina di Svevia per aver aderito al cattolicesimo e aver rinunciato alla corona, San Camillo de Lellis che mise in salvo i malati durante l’inondazione del Tevere del 1598. Si seguono le orme delle mode di un altro museo storico: così prende forma la bellissima sala egizia. Sulle tracce di una mancanza, di un vuoto che forse il nostro senso storico può aiutarci a colmare. Lo stupore e la meraviglia dei romani alla vista dei papiri, esposti a Roma nelle sale del Museo Egizio in Vaticano fondato nel 1839, rivivono in questa sala celebrando l’altro, il diverso da noi, e l’incontro con la città di Roma. Si celebra l’esotico e il nostro rapporto con quest’altra cultura del Mediterraneo. Si celebra come nei nostri occhi ottocenteschi questa cultura si sia trasformata in meticcia rimanendo sempre diversa da noi. Non celebra l’Egitto, celebra il nostro sguardo ottocentesco sull’Egitto. Conosci te stesso diceva l’oracolo, conosci l’altro attraverso il tuo sguardo ottocentesco sembra dirci questa sala. Il soggetto che osserva si confonde con l’altro, d’altronde la meraviglia con cui i romani guardavano questi papiri nel diciannovesimo secolo non appartiene più a noi uomini e donne del terzo millennio. Ma è proprio questo sguardo che si celebra, l’incontro nel nostro passato con l’altro. D’altronde quando indaghiamo nel passato non ci allontaniamo da noi stessi? Questo passato ormai non ci appartiene più e come un carotaggio la nostra visita lo fa rivivere. Così scopriamo due mondi, due altri: l’esotico propriamente detto quindi in questo caso l’eco dell’arte e dei papiri egiziani e il nostro sguardo ottocentesco così ingenuo e genuinamente meravigliato che ormai non ci definisce più ma fa parte della nostra storia. Rimane un’eco dell’Egitto, i papiri non ci sono più, sono altrove. Un’eco distorta da uno sguardo che ormai non è più il nostro. E’ esotico anch’esso, non nello spazio ma nel tempo. Conoscitore di te! Carnefice di te stesso! * Così indagando sul nostro passato al museo ci scopriamo degli assassini, dall’abisso dell’ottocento il nostro passato ci chiama, ma non si mescola alla vita, non ha abbastanza energia per vivere perché appartiene al passato. E’ una maceria.



* F. Nietzsche: “Ditirambi di Dioniso” in A. Kiefer: “L’arte sopravviverà alle sue rovine” p. 87


di Barbara Gioiello


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