Intervistare l'arte - Francesca Fini



Se ti dovessi presentare … chi è Francesca Fini?

E' un'insaziabile creatura che ama sporcarsi le mani con i colori, le colle e i materiali più disparati e un secondo dopo inoltrarsi nei paesaggi immateriali dell'arte digitale. Un'artigiana dell'arte contemporanea


Tre aggettivi per descrivere la tua arte …

Appassionata, sincera, talvolta eccessiva


Secondo te quanto è possibile spingersi nell’esplorazione e nella rappresentazione della caducità?

La caducità è un concetto essenziale nel mio lavoro, non credo ci siano limiti a parte il buon gusto.


E’ visibile il tuo interesse per la tecnologia. Perché è importante la tua ricerca sull’innovazione tecnologica nell’espressione artistica?

Assolutamente, oltre alla ricerca puramente linguistica nella tensione verso l'innovazione artistica, l'esplorazione delle nuove tecnologie è fondamentale, per me. Il mezzo è cruciale, se lo conosci e lo domini, lo manipoli e lo modifichi per piegarlo ai tuoi desideri, fino al punto di trasformarlo da mero strumento a linguaggio.


Qual è la relazione tra romanticismo e materialismo nel tuo lavoro?

cerco di trovare un compromesso. Il romanticismo, anche nelle sue pieghe più oscure e inquietanti, fa parte integrante del mio lavoro, ma il desiderio in sé, l'anima che cerca di trovare uno sbocco, ha bisogno di incarnarsi nella materia. Questo dualismo diventa forma, e l'armonia tra queste due tensioni è la vera energia dinamica che dovrebbe nutrire l'arte.


In alcune tue performance usi la televisione in quanto “oggetto”. Cosa accetti e cosa denigri della tv come mass media?

ne accetto il carattere democratico, accetto il fatto che esista e che abbia elaborato un linguaggio proprio globalizzante. Ne denigro la tensione al ribasso, il modularsi di questo linguaggio sul principio che "deve essere comprensibile anche da mia nonna di 80 anni", che è il principio granitico degli studi televisivi. Non era così un tempo, però. Io lavoro moltissimo con gli archivi (Rai, Luce) e posso dire tranquillamente che c'è stata anche tantissima sperimentazione nel passato, tanta qualità e ricerca, che si è persa nel corso del tempo, da quando i programmi tv sono diventati il collante dei messaggi pubblicitari.


Nei tuoi lavori emerge una particolare attenzione alla cura della scena. A cosa si ispirano le tue proposizioni visive scenografiche?

A moltissime fonti: il dadaismo, il surrealismo, il teatro dell'assurdo, la Bauhaus, il futurismo, la metafisica, ma anche la pop art, il videoclip e il teatro orientale.


Si intuisce un tuo amore per il cinema. Sarei curiosa di sapere quali sono i tuoi riferimenti cinematografici e come si integrano nel tuo lavoro …

La lista è lunghissima, direi che anche qui le fonti sono molteplici e assai eterogenee. C'è sicuramente un amore smisurato per Fellini, per Pasolini, per Jodorowsky, ma anche per l'espressionismo tedesco, il cinema arcaico di Pastrone, fino al cyberpunk visionario di Shinya Tsukamoto, i videoclip di Peter Gabriel, la videoarte di Bill Viola, Vito Acconci e Matthew Barney, e il cinema della factory di Warhol. Nei miei video non cito mai direttamente, per principio, ma è chiaro che questo patrimonio visivo ha influenzato mio modo di rappresentare, lavorare e sperimentare.


Qual è a tuo avviso il ruolo dell’artista contemporaneo?

Deve funzionare come una scarica elettrica che risveglia il mostro addormentato. Siamo narcotizzati da un immaginario visivo globalizzato che tende ad appiattire il linguaggio. Che tu ti trovi in Giappone, in Europa o negli stati uniti, ti rendi conto che l'estetica delle immagini in movimento tende a replicare se stessa, nel tipo di inquadrature, di luci, di grana. Gli sfocati, i movimenti di macchina, le reflex onnipresenti, il bianco asettico patinato da spot della Apple, la psicosi collettiva del super slow - motion e del time - lapse; è una cucina fusion che non ha più alcuna personalità precisa perché tutti i piatti finiscono per avere lo stesso sapore. L'arte deve allontanarsi decisamente da tutto quello che "funziona" su youtube, o negli spot pubblicitari. deve fare esattamente l'opposto invece di farsi sedurre e replicare quei meccanismi.


Hai realizzato “TYP-O # 1 (I SING / IO CANTO)”, performance di poesia visiva. Da cosa nasce l’esigenza di sperimentare con la poesia? … Secondo te nella contemporaneità non bastano più parole in versi?

Basterebbero le parole in versi, ma oggi il messaggio letterario deve necessariamente passare attraverso le immagini in movimento. Oggi l'unico linguaggio che ha la possibilità di incidere sul reale è quello del video, perché è cambiata la nostra percezione e le fonti di informazione (Internet al posto del giornale e dei libri). Chiaramente la poesia deve trovare una nuova forma per incarnarsi, vivere e incidere. TYP-O è uno dei miei esperimenti di video-poesia, fa parte di questa ricerca.


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