Intervistare l'arte - Laboratorio Saccardi


A Vincenzo Profeta: definisci Marco Leone Barone artista.

Il Leone dell’arte italiana.


A Marco Leone Barone: definisci Vincenzo Profeta artista.

Nomen omen … Vincenzo e’ un Profeta.



Come si fondono due entità artistiche in una?

Prima di tutto bisogna capire se esistono una o più entità artistiche; siamo dell’ipotesi che se esistono entità artistiche, fanno parte di un tutt’uno con il cosmo e la comunità umana, come nel buddhismo o nella religioni paleocristiane, dove contava appunto la comunità. Oggi pretendere di essere unici ed avere un identità non imposta da un linguaggio o da qualcuno, magari persino riconoscibile come artistica, con un solo stile proprio, è ridicolo e parodistico; infatti in giro per le mostre si vedono solo parodie di artisti, parodie di critici, parodie di galleristi, parodie di collezionisti e parodie di opere.


Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una stretta collaborazione artistica?

Il vantaggio è che siamo due e facciamo per quattro, ma allo stesso tempo amiamo circondarci da entità e collaboratori che interagiscono con noi nella penombra del Laboratorio Saccardi .

Lo svantaggio professionale e’ che siamo tutti eterosessuali, cosa che ci penalizza molto nell’attuale sistema dell’arte.


Laboratorio Saccardi dieci anni fa. Laboratorio Saccardi oggi.

Dieci anni fa come oggi, soltanto con forse più mezzi, esperienza e consapevolezza, per il resto il Laboratorio Saccardi è un atteggiamento, lo puoi essere in alcuni momenti della tua vita, ma non è facile esserlo sempre, ci vuole coraggio e potenza, diciamo che Laboratorio Saccardi non è roba per codardi.


Tanti sono stati i riconoscimenti alla vostra produzione artistica, voi cosa vi riconoscete?

Il nostro singolare percorso di ricerca di studio sull’esoterismo, sull’iconografia dell’arte siciliana, sulla mitologia del fenomeno mafioso, la realizzazione del primo carretto siciliano albino che al tempo stesso ci ha reso prosecutori di quell’arte del carrettiere che mai si era evoluta nello stile e nei soggetti a detta dello stesso Giuseppe Capitò. Tutt’un insieme di opere e progetti di ricerca antropologica sulla mistica e quindi sull’arte sacra siciliana che noi abbiamo chiamato “Sikania Rising“ che dal 2009 continua e si evolverà’.


La mescolanza di capacità, conoscenze e senso artistico fa di voi un vero e proprio Laboratorio. Qual è l’esperimento più riuscito?

“Casa Aut” una mostra fatta e curata da noi a casa del mafioso Tano Badalamenti a Terrasini, con decine di artisti arrivati da tutta Italia, in un posto horror come quella casa, arredata e strutturata in pieno stile texano, che ha ridato vita e creatività a gente che l’arte contemporanea non sapeva neanche che esistesse, vivendo circondata da cemento armato, “La Robba “un carretto siciliano istoriato con le stragi di mafia, oggi al museo della mafia di Salemi, e poi “Anima Mundi” una Madonnina in euro donati da un intera comunità religiosa, un’opera commovente che è finita su tutti i giornali oltre che installata nella facciata di una chiesa affrescata dal Borremans, nel quartiere capo di Palermo, inoltre l’aver avuto l’onore di fare un’opera con colui che consideriamo un nostro maestro … Enzo Cucchi, nella nostra piccola antologica della Gam di Palermo, dal titolo Cagliari, un mosaico intergenerazionale a più mani col maestro, ed ancora la pittura selvaggia di questi anni, che oggi viene riconosciuta finalmente come un nostro brand; sono piccoli, ma grandi traguardi per noi, in fondo siamo ancora catalogati nella larghissima categoria di “giovani artisti.”


Le vostre opere paiono irriverenti ed a volte dissacratorie, cosa non “tocchereste” mai?

Non abbiamo nessun tabù … anche noi, ad esempio, potremmo passare a fare performance sulla distruzione delle opere d’arte, come rituale magico per copiare un po’ il glamour ISIS … o per rimanere nell’ambito pittorico, prima o poi potremmo realizzare un nostro vecchio progetto giovanile sulla pittura astratta, sparando una scimmia con un cannone in un muro intelaiato …


Che valore attribuite all’essere contemporanei nel pensiero e quale all’uso dei mezzi?

Non ci interessa essere contemporanei. Essere contemporanei è vivere nel presente; noi non c’è lo meritiamo un presente così. Essere contemporanei oggi è leccare il culo al moralismo che ci circonda, che oggi è direttamente potere politico, politically correct reazionario, ed ad un sistema dell’arte che non esiste più, perché morto, sconfitto senza rendersene conto, come il sistema capitalistico, in attesa dell’ennesima bolla finanziaria. Pensiero e mezzi sono un tutt’uno per noi, cerchiamo solo di non esserne schiavi, perché altrimenti preferiamo essere analfabeti, depensanti come diceva Carmelo Bene, è molto più dignitoso.


Secondo voi cosa da più contemporaneità, il pensiero o ciò che si usa.

Bisogna essere dei veggenti, dei maghi per essere veramente artisti e non importa se si usa un robot che scolpisce al posto tuo o se dipingi olio una tela, l’importante è la realizzazione delle intuizioni, la trasmutazione della visione in qualcosa di reale e vivo che doveva essere creato.


Secondo voi qual è il ruolo dell’artista contemporaneo?

Non deve avere nessun ruolo, li deve ricoprire tutti a più livelli e possibilmente in squadra, amiamo molto il concetto di bottega medievale per intenderci, e poi la deve smettere di cercare di definirsi nel linguaggio, sia delle parole sia pittorico; definirsi è da zombie, da morti che camminano, il giorno che ci definiranno ed avranno messo l’etichetta saremo morti, spero almeno di essere sempre più un pezzo da museo però.



Lo staff di ignorarte


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