Arte - Mirta Vignatti - Lei sognava terre lontane


Il suo letto è nel sogno, nell'anima … nell’ideale esotico della natura. Il suo letto è una rondine che viaggia nella malinconia. “Lei sognava terre lontane” è un’opera che abita nei contrasti … tra inquietudini, tensioni ideali e luminosi colori … tra tinte chiare e fosche d’un rammarico immenso, un improbabile viaggio. E’ una navigazione assoluta, in solitudine; scompaiono gli amici, scompare l’inizio e la fine … si dissolve quasi la meta, come fosse un pungolo irreale, mai raggiungibile, mai tanto concreto per rassicurare l’anima e la carne. A volte il chiarore illusorio demolisce e nasconde il buio che segna l’inizio d’ogni esplorazione … a volte la forza del desiderio di volare verso i sogni, si vivifica trasformandosi in atto tridimensionale; così gli uccelli dipinti sulla tela si posano su pale di fichi d’india come fossero smanie, e poi si levano per raggiungere le pareti dello spazio espositivo che ne accoglie le forme, immutate, imbottite di paglia o di stoppa per conservare l’istinto ideale di una vita. L’artista si separa dal corpo ed inizia un incantevole cammino verso un mondo lontano, diverso … forse incerto … confuso … Si dovrebbe riconoscere all'uomo un modo particolare ed esclusivo di abitare il mondo e, con esso, un modo assolutamente peculiare di rapportarsi alle cose che lo circondano. Quest’espressione di lontananza fisica diviene un modulo d’azione complementare alla vicinanza platonica. Ma distanza vuol dire anche libertà, movimento, respiro, attesa, desiderio … distanza significa spazio che rimanda ad un percorso siderale che ci separa dai nostri sogni, come dalle stelle. L’opera rievoca la costruzione di una dimensione altra che funge da modulatore di una nuova relazione in cui i corpi, come accade agli amanti, restano irrimediabilmente separati dal vuoto che li attraversa, un vuoto atomico, certo, ma anche ontologico, un nulla d’essere che li distanzia e li contrappone l’uno all'altro come individui salvi. Triste l’assenza mentre lascia dietro di sé un lento veleno che si chiama oblio.


di Annarita Borrelli

fotografia di Maurizio Geraci

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